GENERAZIONE DELLA CONTROCULTURA: ARANCIA MECCANICA

Oggi vogliamo parlare di Arancia Meccanica (A Clockwork Orange), film diretto e prodotto da Stanley Kubrick nel 1971.
Un capolavoro della storia del cinema, che rappresenta non soltanto un colosso della letteratura cinematografica, ma anche una scoperta di nuovi mondi linguistici, che se oggi non siamo ancora in grado di darli per scontato, negli anni 70’ furono assolutamente visionari.

Il film sviluppa la sua trama ipotizzando di essere in una Londra futuristica. Il protagonista è Alex, capo della banda criminale dei Drughi, composta dagli altri membri Pete, Georgie e Dim. Molti sono i riferimenti della generazione della controcultura Bohemien nata negli anni 60. Il movimento anti autoritario dei Drughi ne è un esempio, come la sperimentazione delle sostanze stupefacenti o le diverse interpretazioni che si leggono tra le righe del sogno americano.

Tra gli elementi più interessanti, abbiamo il linguaggio simbolico con i vari accostamenti artistici che vengono utilizzati. La scena iniziale del film, si apre con Alex ed i suoi Drughi che bevono il latte, simbolo di una generazione giovane in peda ai vizi. Il bianco infatti è storicamente un simbolo sia di purezza che malattia.Nelle varie sequenze d’azione, il focus centrale è la violenza: verbale, sessuale, psicologica, politica, fisica e mediale.

Una ultraviolenza che è ossessiva, nauseante, disgustosa e che razionalmente non potremmo mai essere in grado di accettare. Kubrick riesce a far sì che lo spettatore si immedesimi nella violenza stessa, riesca a sfogarla e comprenderne gli effetti negativi. Ogni gesto rivoltante viene sminuzzato, spezzettato e non lasciato al caso, ponendo il fruitore al centro di un’analisi viscerale.  

La violenza viene racchiusa all’interno di uno schermo e provoca un effetto di catarsi nello spettatore, aiutato dal linguaggio simbolico dei vari accostamenti. Infatti, non esiste atto osceno che non sia accostato ad un capolavoro artistico. Il più evidente è quello rappresentato dalla passione per Beethoven, il quale riecheggia in molte delle scene che vede Alex fare qualcosa di surreale e inaccettabile.

Nella brutalità c’è arte e spettacolo. L’associazione con qualcosa di puro crea surrealtà, la quale suscita vari stati d’animo. Siamo una specie intrinsecamente violenta, ma dall’altra parte siamo in grado di creare delle opere d’arte come quelle di Beethoven.

Alex può prendersela solo con i deboli, e quando prova a prendersela con i più forti, cade anche lui vittima. Non ha empatia, capisce che sbaglia ma semplicemente non gli interessano le conseguenze. È una figura dionisiaca in cui si intrecciano amore e morte
L’immagine cinematografica, immateriale e intangibile, oltrepassa il linguaggio simbolico dei segni e diventa essa stessa reale per lo spettatore.

Carmen Adele Arcuri