GOMORRA: FINALE DI STAGIONE DAI PARERI CONTRASTANTI

L’epopea criminale televisiva più famosa d’Italia è arrivata alla fine del suo quarto capitolo, e ora c’è una domanda nella mente di tutti: promossa o bocciata?

Gomorra 4 arriva in condizioni particolari, dopo una terza stagione che già aveva rotto alcuni equilibri nella serie: non si tratta solo di morti eccellenti, ma anche di una narrazione che oltre al realismo ha iniziato a spingere sempre di più sul pulp, sull’emotività, sul coinvolgimento spettacolarizzante, su una esperienza “larger than life”, come direbbero, non a caso, in America.

La terza era ottima, ma, vista a freddo, già iniziava a mostrare alcuni limiti dal punto di vista logico e narrativo.Il rischio di caduta di stile era alto, e infatti questo penultimo capitolo della saga, in attesa del quinto, ha avuto delle cadute di stile, incidenti di percorso e tante opportunità mancate.

Tutta la stagione è sembrata un enorme episodio di transizione in 12 puntate, un lungo set-up per imbastire i botti del gran finale, con forti oscillazioni tra momenti brutti (il sesto episodio in particolare ha una sceneggiatura debolissima che dopo pochi minuti fa davvero innervosire) e picchi molto belli.

In particolare, tra questi, citiamo la scrittura del sempreverde Gennaro Savastano e dell’entrante magistrato antagonista, gli episodi 7 e 8 diretti con gusto da un davvero sorprendente Enrico Rosati, storico ex aiuto regia della serie, ma soprattutto quello che proprio salva tutto dall’ottenere una mera e stentata sufficienza: il finale di stagione. 

Due episodi intensissimi, carichi di pathos e azione, ricchi di rimandi agli stilemi classici del gangster movie, ben scritti e diretti e che condensano in due ore tutta la vera natura di Gomorra.

L’ultima inquadratura in particolare racchiude tutta la morale di una narrazione spesso giudicata come celebrativa della criminalità, con un quadro veramente da brividi e… claustrofobico.

Insomma, Gomorra 4 è promossa con qualche debito: un calo di qualità fisiologico è inevitabile in questo paradigma di serialità che prolunga le narrazioni fino all’insostenibile (parentesi: è davvero necessario?), ma alla fine ci troviamo con una conclusione ben fatta e confezionata, che soddisfa i nostri palati di affamati consumatori di storie (e personaggi, considerando il delirio generale su Ciro Di Marzio) che non vogliamo mai veder morire, e degli sceneggiatori, pronti a spremere per un’ultima lucrosa volta una gallina dalle uova d’oro, mentre nel mezzo già preparano i film spin-off.

Ci rivediamo sotto le luci cinematografiche di Secondigliano alla quinta stagione e, ricordate, stat senza pensier!

Marco Santeusanio

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