NOLLYWOOD: TRA PIRATERIA E WOMEN EMPOWERMENT

Un fenomeno atipico, unico, un mercato mediale del tutto distante da quello tipicamente occidentale per tipologia di contenuti e modalità distributive, ma incredibilmente prolifico.   

Un’estetica e un immaginario dichiaratamente low key, la scelta di generi tipicamente di serie Z e una rete diffusiva frammentaria, clandestina, che si insinua in maniera scostante e furtiva, assumendo le forme più variegate, convivono con la qualità sorprendente e un coraggioso sperimentalismo propri di un cinema africano emergente che si fa timidamente strada sugli schermi di nuovi promettenti festival dedicati al continente: Nollywood è questo e molto altro ancora. 

Dopo aver ampiamente superato il mercato statunitense nel 2005 (con la produzione di 871 lungometraggi), seconda solo all’India per prolificità, Nollywood – neologismo nato dalla fusione tra Nigeria e Hollywood – rappresenta oggi il secondo settore nigeriano, dopo il petrolio, dal punto di vista dell’occupazione. 

Dignitosissima avversaria delle più grandi potenze nell’ambito della produzione cinematografica, essa combatte, però, con armi del tutto anticonvenzionali: in Nigeria, infatti, le poche sale lasciano il posto a strutture di proiezione alternative, come i cineclub e piccole cabine di proiezione improvvisate e spartane on the road, mentre i film tradizionali vengono soppiantati dalla ricchissima produzione video, che richiede tempi di lavorazione brevi (2 mesi circa per il confezionamento di un prodotto a partire da zero), budget bassi, e che viene distribuita prevalentemente mediante DVD, VCD e VHS. Con una mancanza di professionalizzazione, spesso chi si improvvisa regista si occupa anche del montaggio e della duplicazione del prodotto, che viene poi venduto per non più di 2 euro a videocassetta. 

Conosciuta in tutto il mondo per la quantità piuttosto che per la qualità, la produzione cinematografica nigeriana sforna ogni mese un centinaio di film (che affrontano temi specifici della tradizione igbo o che sono influenzati dal linguaggio cinematografico indiano, con canzoni e danze) su cui i distributori possono lavorare per un paio di settimane, prima che intervenga la pirateria; i suoi modelli produttivi sono diventati celebre caso di studio e oggetto di interesse per tutti quei Paesi in via di sviluppo che non dispongono degli stessi ingenti finanziamenti riservati alla produzione audiovisiva di cui godono Stati Uniti ed Europa. 

Grazie alla facilità di realizzazione dei video e alla subentrata diffusione della televisione, le donne africane non solo hanno trovato nel cinema spazi professionali gratificanti, visibilità e riconoscimento, ma sono venute a contatto con un tipo di informazione e di istruzione prettamente visive, che hanno dato vita all’acquisizione di una autoconsapevolezza e ad un fenomeno di women empowerment persino nella aree più rurali del continente. 

In un simile contesto, nonostante le indubbie difficoltà incontrate dalle cineaste nel trovare i fondi necessari alle proprie opere, sono nate associazioni come l’Union Nationale des Femmes de l’Image du Burkina (UNAFIB), che promuove la realizzazione di documentari di sensibilizzazione su temi come il matrimonio forzato, il levirato, il rapporto con la sessualità, gli anticoncezionali e l’aborto, le disuguaglianze professionali e la partecipazione della donna alla vita politica. A questo proposito, fondamentale è stata la nona edizione dell’International Images Film Festival For Women, interamente dedicata a Women of Decision, un’analisi delle pressioni che le donne subiscono quotidianamente nel prendere decisioni per se stesse, la propria famiglia e la propria comunità.

Marta Braga

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