LA COMUNICAZIONE GREEN E I SUOI 7 PECCATI

Sono stati numerosissimi gli eventi organizzati in occasione di questo Fuorisalone 2019 e tra questi si è tenuto anche il workshop “Gli effetti della green economy su architettura, design e comunicazione”.

La protagonista è stata indubbiamente lei, la sostenibilità ambientale. Come fare per renderla un elemento strategico del proprio business? Come riuscire a comunicare efficacemente il suo valore? A queste domande ci ha aiutati a trovare risposta la professoressa, attivista e consulente Silvia Pettinicchio.

Una strategia di business e personal branding

Che si parli con architetti, designer o imprenditori, la sostenibilità ambientale è uno dei macro-trend trasversali più in voga degli ultimi anni: basti pensare ai milioni di partecipanti alle iniziative dei Fridays4Future, all’attenzione sempre crescente (ma non ancora sufficiente) di aziende e governi alle politiche sostenibili.
Ecco perché può essere utilizzata anche a proprio vantaggio per il proprio business, grazie alla costruzione e comunicazione di un personal branding molto forte, che parta innanzitutto dalla comprensione dei bisogni del proprio target.

Come comunicare la sostenibilità?

È fondamentale infatti, secondo la prof.ssa Pettinicchio, che la comunicazione della sostenibilità non appaia all’utente finale come una “comunicazione del no” (no alla plastica, no agli aerei…), ma come una comunicazione del sì. Serve infatti ritrovare e dire sì a quelle abitudini che c’erano prima dell’avvento dell’iperconsumo e dare inizio all’economia circolare.

I 7 peccati della comunicazione green

Comunicare green spesso è rischioso: nel voler cavalcare l’onda dei trend spesso si rischia di cadere nel cosiddetto greenwashing, una strategia comunicativa adottata per dipingere in maniera ingannevole un servizio o prodotto come effettivamente green, quando invece non lo è.

Le forme (o peccati) del greenwashing sono principalmente sette. Eccoli elencati con un esempio:

  1. Omissione: quando la carta riciclata viene promossa come “amica dell’ambiente”, in realtà probabilmente si omette l’inquinamento causato dai processi di lavorazione;
  2. Mancanza di prove: se si afferma che un tessuto contiene materiali riciclati, bisogna poterne avere le prove percentuali;
  3. Vaghezza: ci siamo mai chiesti cosa vuol dire “100% naturale”? Naturale non significa green, perché molte sostanze naturali sono anche velenose. O ancora, una confezione verde probabilmente vuole far credere al consumatore che il prodotto sia effettivamente green;
  4. Irrilevanza: se leggiamo “Senza CfC” su schiume o solventi, ci troviamo di fronte ad un’informazione non rilevante, perché i CfC sono vietati per legge e la loro assenza non costituisce un valore aggiunto;
  5. Il minore dei due mali: quando si promuovono sigarette organiche come amiche dell’ambiente, in realtà si vuole solo nascondere il male peggiore – quello per la salute;
  6. Raccontare falsità: sono i casi, fortunatamente rari, di quando si afferma che un prodotto rispetti determinati standard (di consumi energetici per esempio), quando invece non lo fa.
  7. Falsa etichetta: quando si dichiara con parole, immagini o simboli che il prodotto ha ottenuto una qualche certificazione (falsa) di sostenibilità.

E per i più curiosi di voi, in questo sito potrete anche trovare un piccolo test per imparare a riconoscere alcuni esempi di greenwashing.

Emma Trevisan