Macchine Mortali: la nuova terra sospesa di Peter Jackson

Facciamo una premessa: “Macchine Mortali”, il film diretto da Christian Rivers, alla sua prima esperienza da regista per un lungometraggio, ispirato all’omonimo romanzo di Philip Reevé, edito nel 2001, prova a imboccare un sentiero tutto sommato ancora inesplorato in quel labirinto intricato che è il genere fantasy cinematografico.

Sì perché, anche se alla parola fantasy la gente è solita pensare agli elfi e agli orchi in terre incantate, ai maghi e agli eroi dai compiti impossibili, in realtà è forse il genere più variegato e multiforme che esista. Sotto il cappello di tale nomenclatura rientrano opere di tutti i generi: partendo dal mondo parallelo di “Harry Potter”, fino a quello distopico di “Pacific Rim”, passando dal cyberpunk di “Matrix” fino alla sequela di film di supereroi. Eppure lo steampunk del romanzo di Reevé ancora era rimasto marginale. Fino ad ora.

Con queste premesse, è chiaro che non ci poteva essere nome più azzeccato che quello di Peter Jackson da coinvolgere in questa produzione. Lo stesso Jackson che alle spalle ha collezionato diciassette statuette dorate, tra cui quella per miglior film e miglior regia, proprio con una saga fantasy: “Il signore degli anelli”. Proprio quel Jackson che ha fatto da regista a quel film meraviglioso, anche se un po’ prolisso, che era l’ultimo adattamento di “King Kong” e che ha poi prodotto “District 9” e girato la trilogia de “Lo Hobbit”. Insomma, un veterano del genere.

E anche stavolta, sebbene il regista neozelandese non sia in prima persona dietro la macchina da presa, il suo dream team è tutto al completo: Philippa Boyens e Fran Walsh (moglie di Jackson) sono di nuovo con lui alla sceneggiatura, dopo le collaborazioni proprio per le due trilogie tolkienane e King Kong, la Weta Workshop agli effetti speciali e il paese d’origine di Jackson, che offre nuovamente i suoi straordinari paesaggi come sfondo alle vicende. Lo stesso Rivers era stato aiuto regista nel secondo e nel terzo capitolo de “Lo Hobbit”, esperienza che lo ha plasmato, come è evidente dalla tecnica e dai movimenti di macchina, dall’impiego degli obiettivi scelti e dall’uso preponderante di effetti speciali.

Il risultato? Un fantasy colossale, non di certo alla portata di capolavori come “Il signore degli anelli” o del “Mad Max: Fury Road” di Miller, né tantomeno in grado di essere una nuova pietra miliare del genere come “Guerre Stellari” o “Il cavaliere oscuro”, ma che comunque riesce a risultare godibile agli occhi del pubblico e visivamente molto impattante grazie alle sue enormi città “trazioniste” e la muraglia dei regni del sud, i porti aerei che fluttuano tra le nuvole del cielo e il non-morto Shrike che cammina nella terra dei sopravvissuti. In più tanta avventura e la giusta dose di cliché.

Insomma, nessun appassionato può farselo scappare.

Matteo Loffredo