GUADAGNINO’S SUSPIRIA: REINVENZIONE DI UN INCUBO

C’è poco da fare: sono ben pochi i motivi di genuino interesse che possano spingere a nutrire una qualsivoglia forma di fiducia nei confronti della sfilza infinita di moderni remake cinematografici.

Vuoi per una tradizione del rifacimento lunga e dalla pessima reputazione, per lo scarso interesse rispetto alle nuove uscite cinematografiche o per un’eccessiva reverenza nei confronti di alcuni titoloni dalla grande portata culturale, l’idea di rivivere in sala certe storie già raccontate e certe emozioni già provate fa storcere il naso un po’ a tutti, cinefili e non. Prendiamo per esempio Suspiria, classico dell’orrore stregonesco uscito nelle sale nel lontano 1977: titolo oramai mitico e quasi sacralizzato, il film di Dario Argento è considerato l’apice della cinematografia horror “made in Italy” e uno dei più bei film di paura mai realizzati. L’aurea tra il favolistico e l’esoterico, i colori vividi e aggressivi della fotografia di Luciano Tovoli, le musiche indimenticabili dei Goblin: quella di Suspiria rimane, a più di 40 anni dall’uscita del film, un’esperienza cinematografica senza pari il cui fascino, fortemente debitore alla sensibilità di un decennio, gli anni ’70, di vitale importanza per lo sviluppo della cinematografia di genere in Italia e all’estero, risulterebbe apparentemente impossibile da replicare.

Viene naturale chiedersi, dunque, cosa abbia spinto il nostrano Luca Guadagnino, fresco del successo internazionale di Chiamami Col Tuo Nome, a riprendere le fila della pellicola di Argento per crearne una nuova versione. È un po’ la domanda che ha tormentato i critici del Festival di Venezia di quest’anno, dove il film è stato presentato in concorso, rimasti interdetti e perplessi dalla visione in anteprima della pellicola: tra chi ha gridato al capolavoro, chi ha polemizzato contro l’estetica trash-chic del regista siciliano, chi ha lamentato la mancanza di paura vera e propria e chi è fuggito dalla sala inorridito, il Suspiria di Guadagnino ha spaccato a metà, in maniera ironicamente sanguinosa, gli spettatori che hanno affollato le sale del Lido lo scorso settembre. C’era forse da aspettarselo da parte di un remake che del film originale riprende l’intreccio di base, i personaggi e poco altro: chi si aspettava un “rehash” del terrore fiabesco del classico di Argento (idea già di per sé anacronistica) si è invece trovato davanti ad un film dai modi e dagli intenti, nel bene e nel male, completamente differenti. Alla Friburgo incantata dell’originale si va a sostituire la Berlino fatiscente dell’epoca del Muro, alla fotografia sgargiante di Tovoli i toni grigi e lividi dei melodrammi tedeschi alla Fassbinder, alle musiche dei Goblin una soundtrack a metà tra l’indie e l’elettronica firmata Thom Yorke, preso in prestito per l’occasione dai Radiohead. A fianco dell’analisi di una dinamica ritualistico-gerarchica dal sapore femminista si snoda un sottotesto politico sull’impatto della guerra, del conflitto, del male di questo secolo: la magia, insieme nera e bianca, diviene qui l’unica possibilità di redenzione per una società contorta e schiacciata dalle catene della Storia.

Quello di Guadagnino è insomma un film diverso, estremo, lungo (152 minuti di durata contro i 99 dell’originale), violento, lontano dalle dinamiche dell’horror mainstream e più vicino a quelle dell’art-house più snob e prepotente, distante dai toni pacati e misurati delle campagne del film precedente del regista e più attiguo all’estetica iperattiva ed esasperata di un certo cinema moderno. È soprattutto, però, l’opera personale di un autore dalla visione specifica e decisa, lontana da quella del film del ‘77 ma non per questo meno affascinante. Si può dire tutto su questo Suspiria 2.0. Eccessivo, ripetitivo, ampolloso? Sicuramente. Ma c’è una vivacità, una personalità viscerale che ribolle al centro della visione da incubo di Guadagnino che è l’acqua della vita di un rifacimento potente, visionario, fantastico.

I tempi del remake sono lontani dall’essere conclusi: in sala ne passeranno ancora tanti, belli e brutti, originali e non. C’è però da riconoscere, alla moda del rifacimento, una grande potenzialità di rilettura che sta tutta nella possibilità di rivedere, rivalutare, secondo sensibilità e approcci differenti e distanti nel tempo e nello spazio, emozioni ancestrali di per sé difficilmente replicabili: piacerà ad alcuni e allontanerà altri, ma se c’è una qualche opportunità di redenzione per questo genere di pellicole, questa risiede proprio nella personalità di autori pronti a sfidare convenzioni e aspettative. È qui che il film di Guadagnino fa centro ed è grazie a questa scintilla autoriale che, anche se in maniera lontana dal classico di Argento, riesce a sprigionare la propria originale, personale forma di magia.

Tremate tremate, le streghe son tornate!

Giacomo Placucci

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