Don’t Worry

Tre anni dopo “La foresta dei sogni”, Gus Van Sant torna alla regia con il suo “Don’t Worry”, film biografico con Joaquin Phoenix, Jonah Hill e Rooney Mara, tratto dall’autobiografia “Dont’ worry he won’t get far on foot” del defunto vignettista statunitense John Callahan.

Un personaggio sicuramente intenso, noto per essere stato uno dei cartoonist più irriverenti, dissacranti e politicamente scorretti della recente cultura fumettistica americana, ma anche per tutti i propri demoni personali: infatti John Callahan, abbandonato in fasce dalla madre, ha passato la propria vita ridotto in una sedia a rotelle dopo un incidente stradale e a combattere contro il proprio alcolismo.

Gus Van Sant si butta nel racconto biografico attraverso la frammentazione delle linee narrative, passando continuamente tra il passato e il presente, il reale e l’immaginario, il pubblico e il privato di una vita non convenzionale. Il regista americano si concentra per tutta la prima parte di film sui lati più fragili della personalità di Callahan, facendogli affrontare tutti i propri mali, tra cui non solo la quadriplegia e l’alcolismo.

Anzi, il male maggiore che sembra affliggere il cartoonist, e che sarà diretta causa dei due sopracitati, è piuttosto raccontato già dalla prima scena del film, attraverso le parole di un personaggio che in una seduta degli AA afferma “non sempre la vita ha il senso che tutti noi ci aspettiamo”. Questo sentimento di depressione e ansia, di smarrimento all’interno del mondo, di orfanilità di senso (rappresentato metaforicamente dall’abbandono di una sempre ricercata e mai trovata madre) è quello contro cui Callahan si deve confrontare ad un livello profondo della propria personalità.

E il protagonista del film di Van Sant per superare tutte le proprie fragilità decide di affidarsi alla propria verità che trova nella sua arte. Il fumetto, nella seconda parte di film, è risultato di un percorso interiore attraverso cui rendere creative le proprie debolezze, trovare armonia con sé stessi e soprattutto trovare il proprio posto nel mondo. Alla fine della parabola narrativa di Don’t Worry ci troviamo così di fronte a un percorso che ha le caratteristiche della catarsi e, per certi versi, del ritorno a casa.

Gus Van Sant torna così al cinema con un’opera non priva di qualche lungaggine forse di troppo, ma capace di colpire al cuore e alla coscienza dello spettatore, con l’ambizione di essere, proprio come quei precetti di Lao Tzu citati nel pre-finale, esempio e modello nelle nostre vite.

Marco Santeusanio

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