BRIGHT #2. La recensione

Bright” è un’opera volutamente sporca, che amalgama genere fantasy, action e crime. Trae la sua origine dal tema della metropoli in disfacimento, inquinata dall’odio, da un razzismo violento tra umani e creature fantastiche.

Una premessa è d’obbligo: di “Bright” ultimamente si è molto parlato, complice l’invasione di cartelloni pubblicitari spuntati in ogni città e la campagna marketing serrata, è subito diventato la stella di punta nel cosmo delle anteprime del Natale 2017. Che sia nel bene o nel male, l’importante è che se ne parli e questo Netflix lo sa bene.

“Bright” è il primo blockbuster action ad alto budget di Netflix. Dalla premessa narrativa e dai nomi coinvolti prometteva benissimo, protagonisti del calibro di Will Smith, Joel Edgerton e Noomi Rapace. A questo proposito, il colosso dello streaming statunitense sceglie per il suo progetto epico il regista di Suicide Squad: distrutto dalla critica ma apprezzatissimo dalla generazione Millenials, insomma un compromesso perfetto per ingrassare il botteghino di Natale.

La storia parte da buone premesse, potremmo dire dalla fine dell’antropocentrismo così come lo conosciamo. La società di “Bright” è piramidale: l’uomo spodestato dal suo ruolo di animale dominante cede l’apice agli elfi, un élite ricchissima e spietata. All’ultimo gradino troviamo gli orchi, ghettizzati e trattati alla stregua di bestie.

Il film è ambientato in una Los Angeles sudicia, piovosa, in cui il grigio dell’atmosfera è sinonimo del labile confine tra bene e male. I due poliziotti protagonisti, l’orco Jakoby (Joel Edgerton) e l’umano Ward (Will Smith), lottano per salvaguardare l’oggetto più importante di quel mondo: una bacchetta magica che, nelle mani sbagliate, potrebbe determinare la fine per tutti. La battaglia è contro chiunque: elfi assetati di potere, polizia corrotta e gangster spietati.

Forte dei topoi tipici dei film polizieschi degli anni ‘90, “Bright” è un tentativo di raccontare in maniera diversa una materia che conosciamo fin troppo bene. Definito “Original” per la mescolanza di generi azzardatissima unisce thriller, poliziesco, fantasy; forse proprio per questo suo voler fare di tutto un po’, manca il bersaglio.

Il primo problema è il minutaggio. “Bright” è concepito come una narrazione di carattere epico-fantasy che viene però privata di un contesto leggendario, dato che non è ambientato nella Terra di Mezzo ma a Los Angeles. Il film si regge su una mitologia che è difficilmente percepibile e finisce per risultare incompleta, forse più adatta alla serialità.

Un’altra grave pecca è la bidimensionalità dei personaggi che impoverisce inevitabilmente la storia. L’accoppiata dei due protagonisti è l’elemento vincente: Smith ed Edgerton hanno una grande chimica e sicuramente Jakoby è il personaggio più interessante fra i due, bloccato tra gli umani che lo discriminano e gli orchi che non vogliono che faccia il poliziotto. La cura dell’immagine e della fotografia è quella tipica delle produzioni Netflix: impeccabile.

“Bright” è una scommessa vinta solo a metà: appassionerà gli amanti di fantasy ed effetti speciali mentre deluderà coloro che, dalle premesse, si aspettavano una trama più sostanziosa.

Anita Carlotta Lorè

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