GIVE ME YESTERDAY: are you able to connect the horizons of your life?

Passeggiare per le strade del centro e immergersi nel nuovo spazio espositivo dedicato alla fotografia, all’Arte e ai nuovi linguaggi visivi che la maison Alta Moda Prada ha da poco aperto in Galleria Vittorio Emanuele II. Si chiama Osservatorio, e proprio come ogni punto di osservazione privilegiato, consente di guardare non solo al di sopra della bellissima cupola al centro della Galleria, ma forse, anche dentro noi stessi. Il passato, il passante e il suo presente; la fotografia e il nostro futuro, assieme.

Già, perché la mostra – a cura di Francesco Zanot – è un percorso dal vivo all’interno dei diari fotografici di questa nuova generazione di artisti che ha volti, storie, posti da raccontare. Storie del passato che si intrecciano con le loro vite e consentono di costruire – o distruggere – ponti e legami relazionali. La mostra, articolata su due piani dell’Osservatorio, raccoglie i lavori di 14 autori, ognuno dei quali costituisce un campione di una specifica modalità di utilizzo della fotografia come diario personale, dai primi anni 2000 fino ad oggi.

Il primo, Ryan McGinley (Ramsey, New Jersey, USA, 1977), rapisce lo sguardo, lasciando immergere il visitatore all’interno del suo universo americano fatto di immagini vintage e situazioni parzialmente controllate. Una ragazza in Dakota viaggia controvento su un furgone, sorseggiando probabilmente coca-cola, con i capelli completamente rivolti sul volto in preda alla velocità, alla spensieratezza e a quella jeunesse che ben si intona con il desolato Dakota intorno a lei. Ah, se si potesse vivere così! E poi  ancora un appartamento americano e ‘Tim Falling’ sul pavimento;  la parvenza di sequoie dal verde scintillante e il totale senso di pace, libertà e abbandono. L’inedito diario fotografico è un perfetto mix di naturalità e artificio. Non è così anche la nostra vita?

A seguire, Leigh Ledare (Seattle, USA, 1976) rende la madre Tina protagonista dei suoi scatti. Senza alcuna remore, egli la ritrae talvolta in situazioni intime e private, talvolta in pose più pacate e ragionate. La sua parola d’ordine: trasgressione. Non esiste frontiera che uno scatto non possa valicare, realtà che non si possa frantumare sotto il suo flash; neanche quella della famiglia, neanche quella della madre ritratta nel suo ruolo-non-ruolo di soggetto—oggetto di scatti trasgressivi, anomali, volitivi.

Proseguendo al secondo piano, un altro lavoro illuminante e concettuale al tempo stesso:

“Ho preso le distanze”, di Irene Fenara (Bologna, Italia, 1990) che con le sue polaroid, ci immerge nella modulata atmosfera della Bologna anni ‘80 fatta di amici, parenti e conoscenti ciascuno ritratto ad una precisa distanza rispetto al suo obbiettivo. L’intento è quello di mostrare e raccontare come, proprio quel distacco, altro non è che la parafrasi visiva della distanza relazionale di quei soggetti dall’artista: la fotografia si fa dunque unità di misura e, in quanto tale, consente di calcolare visivamente i nostri legami interpersonali, facendo così esplodere l’idea che lo spazio fisico ridefinisce quello emotivo, che l’universo che conta è quello dei nostri intrecci e trame relazionali.

Si prosegue con sempre meno cronaca ma una maggiore struttura e scientificità: un’intera parete occupa i lavori fotografici di Melanie Bonajo (Heerlen, Olanda, 1978) intitolata “Thank you for Hurting Me I Really Needed It” in cui l’artista si ritrae ogni volta che ha pianto tra il 2001 e il 2011. Un’autentica odissea di oltre 60 foto tra le sue lacrime, le sue espressioni tristi, le rughe ancora corrucciate dal pianto. Il risultato però, è una collisione tra la tradizione della fotografia tipologica e il nostro attuale selfie che dà vita, di fatti, ad un’autentica antologia di anti-selfie.

Ma è Antonio Rovaldi (Parma, Italia,1975), che ci stupisce con il pannello più emblematico di questa prima mostra di Fondazione Prada: con il suo “Orizzonte in Italia”, espone tutta una serie di immagini frutto di suoi due viaggi in bicicletta: il primo compiuto nell’estate del 2011, durato circa due mesi, intorno al perimetro della penisola italiana; il secondo di due settimane, nel 2014, lungo la costa della Sardegna. L’artista scatta foto all’orizzonte e le accosta tra loro osservando che, sebbene gli orizzonti possano sembrare diversi, in fondo sono connessi tra loro a formare un’unica linea ininterrotta tra cielo e terra, tra mare e penisola, tra coraggio ed eroica avventura.

La mostra,conclusasi il 19 aprile, ci lascia con questa consapevolezza: la fotografia ha cambiato il nostro modo di percepire e vedere, guardare, osservare, raccontare. La realtà quotidiana sfugge alla spontaneità e all’immediatezza diventando progettualità, ruolo e status, tensione emotiva e recitativa. La franchezza delle emozioni diventa il foglio bianco per un nuovo blog interiore al quale aggiungere una nuova foto che è passato e presente insieme. Il tempo viene bloccato nell’istante in cui l’occhio rapisce la scena, ma si dilata fino a diventare una sorta di circuito-presente; l’introspezione si mescola con l’etnografia, la ricerca sociale, il teatro.

Nel parallelo mondo di realtà e virtualità, una nuova necessità si impone: non perdere la profondità delle riflessioni interiori, il legame con il proprio passato, la costruzione di un linguaggio verosimile che tutti possono condividere senza perdere il senso della propria intimità emotiva.

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