CIMOREVIEW – Quando hai 17 anni

L’ignoranza filmica, per qualcuno che prova a fare critica cinematografica, è una delle cose più dure da ammettere. Ancora peggio se si parla di vincitori di importanti festival. Ecco. Fino a ieri mattina io non sapevo chi fosse André Téchiné.

Non parlo di una vaga conoscenza del tipo “il nome mi suona familiare” o “dovrei vedere i suoi film”. Tabula rasa. Neppure la più vaga idea del personaggio che nel 1985 vinse il premio per la migliore regia al Festival di Cannes (grazie, Wikipedia!). E così, la scelta di andare a vedere “Quando hai 17 anni è stata un salto nel buio. Il trailer, leggermente italiota ed ammiccante, lasciava molti dubbi sull’effettiva qualità del lavoro, ma la promozione di Cinema2Day (2€ a biglietto ogni secondo mercoledì del mese) era troppo allettante per lasciarsela sfuggire.

Il film si è dimostrato molto delicato ed interessante, ma all’uscita della sala mi sono ritrovato, come capita oramai sempre più spesso, distante anni luce dalle scelte della critica e dei distributori italiani. Per dare il polso della situazione, nel trailer italiano vengono usate frasi come: “Una magnifica storia d’amore” (L’Express) e dopo un’iniziale promozione con il titolo originale, oramai tutti citano il film con il sottotitolo (mai dichiarato tale) “Scegli di essere te stesso”.

Mettiamo in chiaro una cosa: questa non è una storia d’amore.

Sarebbe riduttivo, forse addirittura offensivo, limitarsi a descrivere il film come l’ennesima love story tra due ragazzi in crescita. Questa pellicola parla di cura. Ognuno dei tre protagonisti si prende cura. Due di loro lo fanno addirittura come professione, rivolti alle persone (Marianne) o agli animali (Thomas). Più in generale, tutto il film è costellato di minuscole azioni di cura, andando addirittura ad ironizzare quando questa diventa innaturale e riutilizzata come nel saluto dei militari al funerale del padre di Damien.

Ma dove il capolavoro della promozione italica si compie è nella scelta della locandina. Non essendo sufficienti le modifiche, già di per se estremamente retoriche, sul titolo, per il comparto grafico la distribuzione italiana ha optato per un totale stravolgimento di significato. Nell’originale francese Thomas guarda in avanti, preoccupato per il suo futuro, Damien lo osserva con desiderio e la madre avvolge entrambi dal fondo. Nella locandina c’è tensione, la stessa che si percepisce per tutto il film fra i tre. La versione italiana relega il personaggio che evolve maggiormente sullo sfondo, sfocato, riservando il primo piano a madre e figlio sorridenti. Se non fosse per il logo del concorso della Berlinale la locandina potrebbe tranquillamente passare per quella di un banale teen movie.

E invece ad attendere lo spettatore nel buio della sala c’è quello che avrebbe potuto essere Mommy (Xavier Dolan) se fosse stato girato da un regista maturo, ottimista e senza più velleità.

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