Come preservare la credibilità dell’informazione nell’era dell’infodemia? La responsabilità è dell’addetto stampa, tra rigorosa verifica delle fonti, trasparenza e contrasto alle notizie false.
QUANDO BASTA UNO SMARTPHONE PER FALSARE LA REALTA’
Oggi basta uno smartphone per mandare in tilt la reputazione di un’azienda o di un personaggio pubblico nel giro di pochi minuti.
Tra clickbait, contenuti acchiappa-like e immagini manipolate dall’intelligenza artificiale, siamo costantemente sommersi da un diluvio di notizie dove distinguere il vero dal falso è un’impresa quotidiana.
Pensiamo alla finta immagine creata dall’intelligenza artificiale che ritraeva il Papa con un piumino bianco alla moda: ha fatto il giro del pianeta ingannando persino testate affermate.
L’UFFICIO STAMPA COME GARANTE DELL’ATTENDIBILITA’ PUBBLICA
In un mondo intossicato dalle fake news, il responsabile dell’ufficio stampa smette di essere un semplice megafono promozionale e diventa il primo guardiano dell’attendibilità pubblica.
Chi si occupa di relazioni con i media, infatti, non può limitarsi a vendere una storia a tutti i costi, ma deve certificarne la veridicità prima ancora che arrivi sulla scrivania di una redazione.
LA FIDUCIA TRA UFFICIO STAMPA E GIORNALISTA
Il legame che unisce un ufficio stampa ai giornalisti si regge infatti su un pilastro delicatissimo: la fiducia reciproca. Un cronista che riceve un comunicato confida nel fatto che cifre e dichiarazioni siano state controllate fino all’ultima virgola.
Far circolare dati gonfiati o notizie ambigue non solo distrugge i rapporti professionali, ma spalanca le porte a pesanti rischi legali come la diffamazione o l’aggiotaggio.
Controllare le fonti all’origine e incrociare i dati con archivi ufficiali ed esperti tecnici è l’unico scudo efficace per blindare la reputazione di un’organizzazione. Se la fonte appare poco limpida o il retroscena assomiglia a una provocazione artificiale, la prudenza deve sempre prevalere sulla fretta di finire sui giornali.
IL CASO VOLTSWAGEN: QUANDO UNO SCHERZO DIVENTA DISINFORMAZIONE
La linea di confine tra una trovata di marketing e la disinformazione è sottilissima, come dimostra la celebre vicenda di Volkswagen negli Stati Uniti.
Per lanciare i nuovi modelli elettrici a ridosso del primo d’aprile, l’azienda diffuse un comunicato ufficiale in cui dichiarava di voler cambiare il proprio marchio storico in “Voltswagen“: i portavoce confermarono la notizia a colossi della stampa come Associated Press e Reuters, ma lo scherzo fece salire il prezzo delle azioni a Wall Street, scatenando l’ira dei reporter e un’indagine della Securities and Exchange Commission per manipolazione del mercato.
Affrontare le comunicazioni aziendali con trasparenza e correggere all’istante eventuali fraintendimenti è vitale per evitare conseguenze legali e disastri reputazionali. Quando si scherza con la verità dei fatti, il boomerang mediatico colpisce sempre con violenza inaudita.
TECNOLOGIA E SPIRITO CRITICO CONTRO LA DISINFORMAZIONE
Di fronte alla proliferazione di contenuti sintetici generati da algoritmi sempre più evoluti, i software di monitoraggio da soli non risolvono la partita. Servono professionisti dotati di spirito critico, capaci di porre domande scomode ai referenti interni e verificare ogni elemento prima di divulgare qualsiasi informazione all’esterno.
L’onestà intellettuale e il rispetto della deontologia rappresentano il vero vantaggio competitivo per fare di un marchio una fonte autorevole e rispettata nel tempo.
LA REPUTAZIONE SI COSTRUISCE SULLA VERITA’
Se una campagna virale dura una manciata di ore, la stima dei media e dei cittadini si conquista invece unicamente dicendo la verità giorno dopo giorno. Infatti, l’attendibilità di una notizia è un patrimonio prezioso che si costruisce con pazienza e si può perde in un istante.
n questo contesto, la lotta alla disinformazione passa prima di tutto dalla responsabilità di chi sceglie, verifica e diffonde le parole.
