Senza un buon antagonista, nessuna storia regge. Ma chi è davvero il cattivo di una narrazione? La risposta è più complicata di quanto possa sembrare.
Pensate all’ultimo film che vi ha tenuto incollati allo schermo. Probabilmente ricordate l’eroe, ma quasi certamente ricordate ancora meglio il suo opponente. L’antagonista è uno degli elementi più potenti di qualsiasi narrazione, eppure è spesso il personaggio meno compreso.
Per capire perché, bisogna partire da un concetto chiave degli studi narratologici: il conflitto. Come spiega il modello attanziale di Algirdas Greimas, ogni storia si muove attorno a un Soggetto che desidera un Oggetto di valore e a un Opponente che glielo impedisce. Senza opposizione non c’è tensione, senza tensione non c’è coinvolgimento, senza coinvolgimento non c’è narrazione. L’antagonista non è un semplice accessorio della storia: ne è il motore.
ANTAGONISTA VS VILLAIN: DUE FIGURE A CONFRONTO
Ma attenzione a non confondere antagonista e villain. Sono figure diverse.
Il villain incarna valori assolutamente negativi e si oppone non solo al protagonista, ma al bene in senso assoluto, pensiamo a Ursula ne La Sirenetta.
L’antagonista, invece, è spesso un personaggio positivo che semplicemente vuole impedire al protagonista di raggiungere il suo scopo: ad esempio, il padre di Ariel non è cattivo, ha solo obiettivi diversi da quelli della figlia. Alla fine i due si riconciliano, e proprio in quella riconciliazione si realizza la crescita di entrambi.
LA GUERRA INTERIORE E L’ASCESA DELL’ANTIEROE
I personaggi più indimenticabili portano dentro di sé il loro antagonista. La psicanalisi di Freud lo descrive come il conflitto tra istanze psichiche: l’Io conscio, l’Es pulsionale e il Super-Io normativo. Quando questi tre poli si scontrano dentro un personaggio, lo spettatore si riconosce in profondità, perché sta guardando qualcosa che conosce già: la propria guerra interiore.
Negli anni Settanta, con capolavori come Taxi Driver e Il Padrino, prende piede la figura dell’antieroe: il protagonista che incarna valori negativi, ma con cui il pubblico finisce comunque per empatizzare. È una delle evoluzioni più radicali nella storia della narrativa e dimostra quanto il confine tra eroe e antagonista sia spesso una questione di punto di vista.
Ogni racconto, se preso dal punto di vista di un altro personaggio, diventa una storia diversa. L’antagonista ha il suo programma narrativo, le sue mancanze, i suoi desideri. Ha, in una parola, la sua storia.
Il miglior antagonista non è quello che spaventa di più. È quello che, in fondo, riusciamo a capire.
