Negli ultimi anni il dibattito sulle digital humanities è diventato centrale nei percorsi che intrecciano cultura, comunicazione e tecnologia. In questa cornice si è inserito il workshop “Event} Context | Fluid Layouts and the Creative Industry – Digital Humanities” che si è tenuto venerdì 15 maggio tra la sede di San Francesco e quella di Sant’Agnese.
L’evento, terzo appuntamento di un percorso più ampio dedicato alle narrazioni verbali e visive del Rinascimento come modello per la creatività contemporanea, ha proposto un dialogo tra ricerca accademica e pratica artistica.
La giornata si è articolata in due sessioni: una mattutina, dedicata all’inquadramento teorico e all’analisi degli strumenti digitali oggi più diffusi nell’industria creativa, e una pomeridiana di laboratorio pratico per la produzione collaborativa di libri d’artista.
INDUSTRIA CULTURALE E NUOVE DINAMICHE DI PRODUZIONE
La sessione mattutina si è aperta con l’intervento della professoressa Fanchi, che ha proposto una riflessione sull’evoluzione dell’industria culturale e creativa dagli anni Duemila a oggi. Al centro del discorso vi è stato il modo in cui le trasformazioni digitali hanno cambiato non solo la produzione dei contenuti, ma anche il rapporto tra pubblico, piattaforme e forme di partecipazione culturale.
Il concetto tradizionale di “industria” oggi è meno rigido rispetto al passato: i progetti culturali nascono sempre più spesso in reti dinamiche, collaborative e interconnesse, dove creatività, tecnologia e comunità si influenzano reciprocamente.
Uno degli aspetti più interessanti emersi durante l’incontro riguarda il modo in cui il pubblico vive l’esperienza culturale: in maniera sempre più fluida, personalizzata e partecipativa.
È emersa anche una riflessione particolarmente attuale: la crescente importanza del “valore del sentimento”, ovvero quella patina di affetto che permette ai contenuti del passato di tornare ciclicamente al centro dell’attenzione. Nostalgia, memoria condivisa e legame emotivo diventano così elementi capaci di alimentare nuovo interesse e partecipazione nelle culture digitali contemporanee.
Dopo la riflessione sulle trasformazioni dell’industria culturale contemporanea, l’intervento dell’artista e professore Giovanni Ferrario, che lavora con scansione a contatto e intelligenza artificiale, ha spostato l’attenzione sul libro d’artista come spazio di sperimentazione e ricerca.
Attraverso una selezione delle sue opere — da Cortecce, serie di libri in copia unica avviata nel 2009, fino a lavori più recenti come Rifrazioni — Ferrario ha mostrato come la pratica del volume cartaceo possa diventare un modo per ripensare la fruizione dell’opera, rallentando la percezione per riconfigurare l’intera esperienza estetica.
A completare la sessione, la presentazione del collettivo Libri Finti Clandestini, che lavora a partire da materiali cartacei di scarto (poster, buste, sacchetti del pane e altri residui di produzione tipografica e quotidiana) per produrre libri sperimentali in copie uniche, che danno nuova vita a ciò che era destinato a essere dimenticato. Un approccio che invita a riflettere sul valore della materia e sulla possibilità di un’arte che resiste alle logiche dell’industria culturale.
DALLA TEORIA ALLA PRATICA
La seconda parte della giornata ha dato spazio a una prospettiva diversa, più legata alla pratica artistica. La sessione pomeridiana ha permesso di tradurre le riflessioni della mattinata in un’esperienza laboratoriale guidata, dedicata alla produzione di libri d’artista: un’opportunità per sperimentare in prima persona.
L’incontro ha restituito l’immagine di un campo, quello delle digital humanities, in piena espansione, capace di parlare tanto agli studiosi quanto ai professionisti. E ha ricordato che, anche in un’epoca dominata dalla piattaformizzazione e dall’iperproduzione di contenuti, esiste ancora uno spazio per la lentezza, per la manualità e per la cura del dettaglio: gli stessi valori che, secoli fa, animavano le botteghe rinascimentali.
