Per essere giornalista, saper scrivere non basta più. Lo sa bene Cristian Paolini, attivo presso la redazione web di Sky Tg24, che nel corso della sua carriera professionale ha acquisito competenze digitali fondamentali per chi vuole intraprendere un percorso di questo tipo. Lo abbiamo intervistato per sapere come è cambiata la comunicazione nel passaggio dall’analogico al digitale.
Hai iniziato a lavorare come giornalista nel 1995. Quali sono i principali cambiamenti legati al digitale a cui hai assistito nel corso della tua carriera professionale?
Ho assistito in prima persona alla nascita e all’esplosione delle testate online, lavorando per Mediaset a Jumpy.it, Mediasetonline e Tgcom, oltre che a Mediavideo. Ho vissuto, quindi, il periodo della cosiddetta “bolla” di Internet a cavallo degli anni ’90 e 2000. I principali cambiamenti che ho sperimentato sono stati gli strumenti di lavoro, dalla macchina da scrivere al computer, alle piattaforme di pubblicazione per i diversi siti. La novità maggiore è stata sperimentare la completa indipendenza dal punto di vista produttivo per i contenuti: sul web il giornalista è spesso chiamato a fare tutto in prima persona, compilando l’articolo in ogni sua parte (testo e immagine). Nel corso degli anni anche telecamerine e smartphone hanno dato impulso a una forma di giornalismo più diretto e “autonomo”.
È stato faticoso adeguarsi agli effetti della rivoluzione digitale? Pensi che ci sia stata una formazione adeguata per i giornalisti?
Personalmente l’ho trovata un’evoluzione naturale del mestiere. Non credo ci sia stata un’adeguata formazione dal punto di vista istituzionale (i corsi di aggiornamento offerti dall’ordine sono un’iniziativa tutto sommato recente). Sempre per esperienza personale, posso dire che chi lavorava nei giornali tv ha faticato a comprendere la portata della rivoluzione digitale. Ed anche la consapevolezza della potenza e della necessità di un uso consapevole e professionale dei social media, ad esempio, è stata una conquista degli ultimi anni.
Una delle conseguenze principali dell’introduzione del digitale nel mondo della comunicazione è stata la frammentazione dell’informazione. Quali sono i rischi di un processo di questo tipo?
Non direi che c’è stata una frammentazione dell’informazione. Semplicemente sono aumentati i canali ai quali attingere per il pubblico che ne fruisce. La regola d’oro è sempre la stessa: affidarsi a professionisti e a testate che garantiscono la correttezza dell’informazione in maniera adeguata alla loro reputazione.
Che competenze digitali deve possedere chi vuole diventare giornalista nel 2024?
Chi vuole diventare giornalista oggi deve avere le stesse competenze digitali che sono richieste in ambito scolastico e personale dalla vita di oggi. La differenza per chi fa questo mestiere non è tanto il mezzo, ma l’attitudine, la curiosità e la voglia di raccontare quello che gli passa sotto gli occhi o arriva in redazione. Le scuole di giornalismo con il tempo si sono perfezionate, fornendo a chi le frequenta strumenti utili per la professione, sia per il digitale, con corsi di videoediting, ad esempio, che per il mestiere in generale.
Quanto ha impattato il passaggio al digitale sulla crisi editoriale?
Dal punto di vista del pubblico credo che sia normale che l’offerta di informazione in tempo reale sia preferibile a formati più tradizionali che sono andati in crisi. Un giornale cartaceo ha una vita più breve, a meno che non si sia appassionati di un argomento e si abbia il tempo di approfondirlo. Il fatto che ora si guardi ai contenuti a pagamento anche per il digitale è una delle strade alle quali l’editoria guarda per uscire dalla crisi, offrendo anche contenuti di qualità maggiore.
Qual è il futuro della comunicazione?
Non ho una palla di vetro, ma se parliamo di informazione è verosimile che sia sempre più orientata all’esperienza mobile. E non è detto che in altra forma non riscopra contenuti tutto sommato tradizionali come è avvenuto negli ultimi tempi con i podcast.
Chiara Trio
