Il whitewashing di Hollywood

Whitewashing è un termine inglese che letteralmente significa “imbiancata“. Negli ultimi anni, però, è stato utilizzato sempre più per descrivere quella tendenza molto criticata dell’industria cinematografica hollywoodiana di assegnare i ruoli di characters appartenenti tipicamente a minoranze etniche ad attori caucasici. “Imbiancandoli”, appunto, con la stessa facilità con cui Tom Sawyer, nel libro di Mark Twain, aveva ritinteggiato la staccionata.

Per citare solo alcuni casi di film tra i più noti e i più recenti, cosicché tutti possano farsi un’idea: in Batman Begins Ra’s al Ghul è interpretato da Liam Neeson, quando nei fumetti è descritto come di origini arabe, o il personaggio di Tom Cruise in Edge of tomorrow che avrebbe dovuto essere giapponese secondo il romanzo da cui è tratto. O ancora il Tonto di Johnny Depp, in The lone ranger, nativo americano della tribù dei Comanche – anche se l’attore ha sostenuto più volte di avere origini tra questi – e la lista potrebbe dilungarsi molto; ma non è questo lo scopo dell’articolo.

Che invece è: il whitewashing può essere considerato una forma di discriminazione delle major statunitensi o è da interpretare come una semplice scelta di comodo per aumentare gli incassi?

L’argomento è senza dubbio spinoso e probabilmente nessun europeo può comprendere appieno, comodamente dal proprio divano oltreoceano, quali possano essere le implicazioni legate a una storia purtroppo ancora attuale di discriminazioni, ma questo non vieta di costruire alcune riflessioni.

Da segnalare, però, è che fenomeno del whitewashing non è l’unico. Se si vuole guardare alle mani di vernice che si danno a Hollywood, si nota obiettivamente che sempre più spesso sono date di altri colori a personaggi che originariamente sono di tratti somatici caucasici. Dunque si potrebbe parlare anche di brownwashing o yellowashing in taluni casi. E perché no, se vogliamo estendere lo sguardo al genere sessuale dello steccato di Tom, non capita di rado che questo diventi “steccata” magicamente. Per non parlare del cambio di preferenze sessuali: dove se prima la staccionata di Tom guardava al porticato dirimpetto, ora guarda alla veranda accanto.

E la Disney in questo si è rivelata maestra. La Valchiria di Thor Ragnarok, é diventata magicamente dalla bionda guerriera della mitologia norrena a una donna mulatta. E il Lefou de La bella e la bestia live action, dall’essere un sempliciotto che vive nell’ombra di Gaston è passato a guardarlo con secondi fini.

Quello che è interessante notare, però, è che spesso le persone che si lamentano del whitewashing non spendono una parola se a cambiare colore sono altri personaggi, e quelli che invece si inalberano per il brownwashing di solito tacciano di essere troppo politicamente corretti chi si lamenta del primo fenomeno.

Insomma, la tendenza è quella di lamentarsi se ad avere una passata di colore è la propria staccionata, ma di tacere se l’atto vandalico – perché spesso di vero e proprio atto vandalico si tratta – è ai danni della proprietà del vicino.

La verità dovrebbe essere altra quindi: le proteste dovrebbero aver senso di esistere solo se il cambio di etnia intacca le caratteristiche distintive del personaggio. Se per interpretare Luke Cage, eroe di Harlem e archetipo dell’eroe pop-afro, viene scelto un ragazzetto bianco dagli occhi azzurri ha senso protestare, perché si andrebbero a distruggere le fondamenta del personaggio stesso. Così come sarebbe senza senso prendere per lo stesso ruolo un ragazzo afroamericano mingherlino, quando questo annovera tra i suoi poteri una forza sovrumana.

Se invece come 007 fosse scelto Idris Elba, come si era vociferato tempo fa, non si commetterebbe un abominio, perché i tratti distintivi del personaggio sono: essere una super spia inglese, un Don Giovanni e un bevitore di Martini. Cose che di per sé, in un Regno Unito sempre più multietnico, non richiedono l’essere bianco per forza.

Matteo Loffredo

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