Andy Warhol e quella sua persona tutta in superficie

A Bologna a palazzo Albergati dal 29 Settembre al 24 Febbraio, viene celebrato il genio indiscusso di Andy Warhol con una mostra quasi interamente a lui dedicata.

La cornice dell’intera mostra, il fil rouge dell’intera esposizione, consiste in una breve panoramica del contesto culturale che ha accolto non la nascita, bensì la sua ri-nascita: gli anni ’80.

Andy Warhol, infatti, dopo aver subìto un attentato nel 1968, ad opera di Valerie Solanas, un’artista frequentatrice della Factory, si eclissò dalle scene. Sebbene non interruppe mai la sua attività artistica, sparì per quasi tutti gli anni ’70 dal panorama artistico Newyorkese e la sua rinascita si ebbe proprio negli anni ’80. Essendo l’emblema dell’artista che si ciba delle tendenze che attorno a lui emergono, contestualizzare ogni sua opera in un’epoca storica rivoluzionaria come gli anni ’80 era qualcosa di ineludibile.

Gli anni ‘80 infatti racchiudono due momenti fondamentali della storia ultima di Warhol: la sua riapparizione artistica e la sua morte fisica. Andy Warhol muore il 22 Febbraio 1987 a New York a seguito di un intervento chirurgico alla cistifellea.

Gli anni ’80 sono dunque il contenitore dell’ultimo show che Warhol ci ha regalato.

Ma prima del suo ultimo slancio ci sono stati gli anni ’60, gli anni degli esordi, gli anni di quel mondo folle e scorporato dalla realtà a pochi piani di distanza dalla grigia e cruda realtà del cemento di New York: la Factory. Anche a questa parte della sua vita è dedicata la mostra. D’altronde cosa sarebbe Warhol se non un trentennio mal legato? Due decenni incatenati goffamente con un anello debole nel mezzo, un anello più oscuro, più riservato, più introspettivo.

E allora ecco le sue due epoche: quella d’argento della Factory e quella d’oro degli anni dei ritratti e degli anni ’80.

La celebre frase di Andy Warhol è “nel futuro ognuno sarà famoso al mondo per 15 minuti”, alla quale Madonna pochi anni più avanti ribatte “La mia aspirazione? diventare più famosa di Dio”.

Ecco, Andy Warhol ci è riuscito. Per lui i 15 minuti non scadranno mai perché il suo genio lo ha consacrato all’immortalità. E’ straordinario come nel 2018 le sue opere siano ancora moderne, come in un mondo in cui il nostro sguardo si è abituato e addomesticato alla serigrafia, le sue opere continuino a mantenere originalità e genio. Pensare al loro impatto 40 o addirittura 60 anni fa, è qualcosa di quasi destabilizzante per il nostro pensiero.

Appassionato di fotografia, in particolare dell’uso delle Polaroid per immortalare lo scorrere del tempo sul viso dei suoi ospiti più assidui e poter confrontare quelle foto nel tempo, Andy Warhol era anche poeta dello scatto. La mostra decide dunque di dedicare ampio spazio anche a quest’altra sua forma ed espressione d’arte.

“Uno è compagnia, due è folla e tre è un party” dice lui, così riservato ma impossibile da non notare, ossessionato da tutto ciò che era superficie, vacua modernità, luce accecante, colori moderni, brillantezza epidermica ed arte di effimera bellezza.

“Non è che non mi piaccia parlare di me, ma veramente non c’è niente da dire su di me. […] se volete sapere tutto su Andy Warhol, vi basta guardare la superficie dei miei quadri, dei miei film e della mia persona, ed è lì che sono io”.

Non c’è nulla sotto la superficie. I tempi moderni hanno privato della sostanza. Ma va bene così. Il senso lo si trova solo nella perfezione delle forme.

Francesca Solieri

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