LA PLENITUDINE: TROPPA CULTURA FA MALE?

Viviamo immersi in un universo di contenuti sconfinato. Lo studioso dei media David Bolter lo chiama “plenitudine”: ma è davvero un bene?

L’ILLUSIONE DELLA GERARCHIA E IL CROLLO DELLA CULTURA D’ELITE

Apri Netflix, scorri Instagram, leggi un blog, guardi un video su YouTube. Poi torni al libro sul comodino. Ogni giorno navighiamo in un oceano di prodotti culturali così vasto da risultare, nella sua totalità, incomprensibile. David Bolter, studioso dei media, ha un nome per questo fenomeno: plenitudine.

Per Bolter, la plenitudine è la condizione della cultura mediale contemporanea: un universo di prodotti, siti web, videogiochi, libri, film, programmi televisivi, riviste, e di pratiche come la condivisione e la critica, talmente ampio e dinamico da non poter essere letto come un tutto coerente. Sotto il cappello “cultura” oggi convivono prodotti che aspirano a standard qualitativi elevati e prodotti che invece occupano un mercato residuale, senza che esista più una gerarchia condivisa a distinguerli.

Un dettaglio importante: la plenitudine non nasce con il digitale. Bolter la riconduce al declino del cosiddetto “modernismo d’élite”, un processo avviato già nella seconda decade del Novecento. Con esso è crollata la distinzione tra cultura alta e cultura bassa, e sono cambiate profondamente le pratiche di fruizione: la scrittura riflessiva, il dibattito pubblico e politico hanno perso il loro status privilegiato.

TRA INCLUSIONE DI MASSA E PERDITA DI QUALITA’

Cosa ne consegue? La risposta di Bolter è duplice.

Da un lato, la plenitudine ha ampliato l’accesso e la partecipazione culturale in modo senza precedenti. Chiunque può oggi creare, distribuire, commentare. L’artista, nella cultura contemporanea, è semplicemente «una persona che lavora in maniera creativa nell’ambito di una qualsiasi forma mediale riconosciuta». È un’idea radicalmente inclusiva, che abbatte le barriere d’ingresso alla produzione culturale.

Dall’altro, questo processo ha un costo. La moltiplicazione dei contenuti va di pari passo con uno scadimento della qualità media e con l’indebolimento della capacità dei prodotti culturali di fare ciò che hanno fatto per secoli: aiutarci a mettere ordine nel mondo. 

NAVIGARE NEL CAOS: UNA NUOVA COMPETENZA STRATEGICA

Per chi studia comunicazione, questo scenario non è solo uno sfondo teorico. È il contesto in cui ogni messaggio viene prodotto, distribuito e ricevuto. 

In un panorama dove la distinzione tra informazione e intrattenimento, tra approfondimento e scrolling, si assottiglia ogni giorno di più, la capacità di costruire contenuti significativi, e di riconoscerli, diventa una competenza sempre più rara e quindi preziosa.

La plenitudine non è una condanna. Ma richiede consapevolezza.

Sara Rizzello