Ogni giorno siamo sorvegliati dalle grandi corporation, a cui abbiamo consegnato la nostra identità in cambio di servizi offerti gratuitamente dalle app di social networking. Attenzione! Sono davvero gratuiti?
Tutto inizia dallo stargate delle piattaforme, che conduce a una realtà che rapisce e coinvolge i nostri sensi, amplifica le capacità di ognuno, mette l’individualismo in primo piano, fa risaltare l’espressione del singolo all’interno del sociale, una realtà dove ogni cosa è possibile. Questa esperienza trasforma l’essere umano, immergendolo in una dimensione cosmica e planetaria, facilitando l’instaurarsi di amicizie e la nascita di nuove idee attraverso un confronto partecipativo. In sintesi, viviamo due realtà del nostro sé, immersi in un mondo in cui tutto fluisce come una linfa vitale all’interno di circuiti tecnologicamente avanzati.
Esiste purtroppo un lato oscuro, quella porzione dell’iceberg nascosta, che non affiora in superficie. Per comprenderla più in profondità dobbiamo partire dal concetto di utente, colui che si iscrive alle piattaforme social con username e password per creare un profilo. Un’azione semplice, veloce, che non esige una profonda riflessione, anche se, invece, essa è cruciale. Milioni di utenti in modo più o meno consapevole lasciano con un click traccia di sé, accettando la policy del servizio ed effettuando login. Gli algoritmi registrano le interazioni degli individui, inclusi dati di iscrizione e user experience. Ciò significa che, se un tempo la posizione di ognuno era pressoché impossibile da tracciare, oggi diventa archiviabile e misurabile insieme ad abitudini, preferenze, skip, follower e commenti. Tutto ciò che accade su una piattaforma si trasforma in dato e acquisisce valore economico, viene cioè “monetizzato”. I dati sono per le piattaforme materiale da vendere alle aziende e a terzi in cambio di denaro. Queste ultime acquisiscono la nostra vita datificata per raggiungere i loro obiettivi di marketing e di comunicazione. Ciò, quindi, si allontana da quella gratuità offerta a noi fruitori: se leggiamo il nostro ruolo di utenti con occhi diversi vediamo che da clienti ci trasformiamo in “fornitori” del sistema. Generiamo in continuazione dati in cambio della gratificazione offerta dal servizio ed essi sono le materie prime di un nuovo capitalismo. Un mercato che vede le piattaforme arricchirsi, collocandosi in una posizione intermedia tra aziende e utenti. In poche parole, quando clicchiamo su “accetta e continua” al momento dell’iscrizione stiamo accettando di mercificare la nostra vita. La sorveglianza si fa strada tra gratuità e inconsapevolezza come parte oscura di un nuovo capitalismo.
Nel 2019, la sociologa statunitense S. Zubbof ha coniato il termine “Capitalismo della sorveglianza” per descrivere questo nuovo sistema di scambi poco trasparente. Le piattaforme utilizzano algoritmi, che apprendono dai nostri comportamenti, fornendo contenuti in linea con le nostre preferenze e convinzioni. Questo sistema può essere utile per evitare contenuti poco interessanti, ma può anche intrappolarci in bolle di filtraggio da cui è difficile uscire. Di conseguenza, ogni nostra azione viene sorvegliata e indirizzata. Gli utenti desiderano visibilità e relazioni reciproche tra follower come base del controllo interpersonale. Al contempo, però, anche il sistema algoritmico ci conosce e così anche i terzi, che hanno acquistato quei dati. Ci si interroga se si può parlare di Panopticon del nuovo millennio, poiché le piattaforme non sono neutrali ma sono luoghi di controllo e sorveglianza.
La sociologia digitale contrasta la separazione tra “online” e “offline”, due parti di un continuum inscindibile, una dimensione immateriale dell’esistenza umana. Quali gli effetti sulle nostre vite? Cambridge Analytica è lo scandalo che ha coinvolto i dati di milioni di utenti Facebook! L’empowerment è forse la chiave per evitare la mercificazione delle nostre identità?
Il futuro è incerto, un buon consiglio? Sorvegliare per non essere sorvegliati.
Vanessa Lupi
