Guidati dall’attivista e designer Matteo Ward, la docu- serie “ JUNK Armadi Pieni” mostra l’altra faccia della medaglia del mondo della moda. Il fast fashion e l’acquisto compulsivo di abbigliamento hanno un forte impatto sull’ ambiente, le comunità e le persone. I protagonisti delle 6 puntate di questo viaggio sono gli abiti presentati però sotto forma di montagne di rifiuti, trasportati da camion fin dal lontano Occidente oppure in mercati sovraffollati dove rappresentano l’unica merce di scambio per le popolazioni del luogo.
Hai mai pensato a quante volte ti sarà capitato di sbarazzarti di un paio di jeans o di una t-shirt appena comprati e magari utilizzati una sola volta?
Questi indumenti non vanno a finire in una raccolta differenziata immaginaria ma in discariche a migliaia di km lontani da noi, in Ghana, Bangladesh, Cile e in tanti altri paesi.
“JUNK – armadi pieni” è una docu-serie che mette luce sul fenomeno del sovraconsumo di abbigliamento e sulle conseguenze devastanti che questo nostro spreco ha non solo a livello ambientale ma anche e soprattutto a livello sociale, sulle comunità locali e sui loro ecosistemi.
Per il progetto prodotto da Sky in collaborazione con Will Italia, l’attivista e green designer Matteo Ward, in veste di intervistatore, intraprende un viaggio attraverso 6 paesi in cui i risultati di questo processo sono davvero tangibili.
Ad ogni puntata della docu-serie corrisponde un Paese e un esito diverso del fenomeno del fast fashion.
Il Cile nel 2022 è al centro di una polemica che ha per protagonista il deserto dell’Atacama, ricoperto di indumenti usati provenienti dal mercato occidentale.
In Ghana, invece, solo nel mercato di Kantamanto, ogni giorno, arrivano 15 milioni di capi usati provenienti dal resto del mondo, rimessi in commercio o, se non in condizioni di essere riutilizzati, abbandonati in vere e proprie discariche a cielo aperto.
Si affronta poi il tema della sostenibilità sociale in Bangladesh, il secondo produttore di vestiti al mondo. Viene ricordato il tragico crollo dello stabilimento tessile di Rana Plaza, il 24 Aprile 2013, e la morte di 1138 lavoratrici schiacciate sotto le macerie come simbolo del sistema che governa l’industria tessile del Paese, fatto di scarse condizioni di lavoro, salari bassi e ordinaria negazione dei diritti fondamentali.
Si continua mostrando come in Indonesia la produzione di fibre artificiali abbia devastato la biodiversità del Paese e come in India, dove si seguono le tracce della produzione delle t-shirt in ogni loro fase, una domanda sempre maggiore abbia stravolto la millenaria cultura della coltivazione del cotone. Il viaggio si conclude in Italia, in Veneto, che dagli anni ’70 ad oggi è stata casa di uno dei più grandi produttori di PFAS ( tra le «sostanze chimiche permanenti» utilizzate per rendere idrorepellenti oggetti inclusi i capi di abbigliamento).
Gli scarti di produzione di questa sostanza, di difficile smaltimento, ha avvelenato una delle falde acquifere più grandi di Europa, avendo effetti non solo a livello ambientale ma anche sulle persone che vivono nelle zone limitrofe.
La serie “JUNK – armadi pieni” ha l’obiettivo di far riflettere il pubblico su come le scelte individuali influenzino il mondo in cui viviamo. Mostrando le fasi del ciclo di vita della produzione degli abiti, si vuole sensibilizzare l’osservatore sugli effetti negativi che questi processi hanno sull’ambiente e sulle vite dei lavoratori.
Oggi non è tutto perduto, ogni puntata della docu-serie termina sempre con un esempio pratico di speranza su come comportarsi per evitare che le nostre azioni abbiano ripercussioni nell’ambiente.
Cambiare le proprie abitudini di consumo è possibile, basta pensare all’acquisto di moda vintage in negozi specializzati o nei mercatini, per arrivare a soluzioni come l’upcycling (la pratica di trasformare prodotti vecchi o di scarto, in nuovi oggetti di qualità).
L’augurio e la speranza è che documentari come questo, possano spingere il pubblico a prendere coscienza delle proprie azioni e delle conseguenze, spesso devastanti, che hanno a migliaia di km da noi.
Federica Trinca
