GIRLS JUST TRY TO HAVE FUN: NETFLIX RACCONTA I PARIOLI

L’ultimo binge watching si è concentrato su BABY, la nuova serie Netflix di produzione italiana che nasce dallo scandalo delle baby squillo dei Parioli. Ragazze giovanissime e provenienti dalle famiglie più altolocate di Roma, bambole notturne di uomini disposti a pagare per vederle in tacchi vertiginosi e abiti cortissimi dalle paillettes sfolgoranti.

La curiosità per l’ultima creazione italiana del guru dei servizi OTT unita alle recenti accuse di istigazione alla prostituzione riportate dalle più famose testate internazionali, mi ha spinta a immergermi nelle sei puntate di questa prima stagione, tra volti giovanissimi di interpreti che con accento spiccatamente romano aprono i dorati cancelli dei Parioli e del Collegio Collodi.

Iniziamo dalla riuscitissima colonna sonora, firmata Yakamoto Kotzuga. Una delle arterie principali è l’inconfondibile Girls just wanna have fun depurata della spinta dance degli anni ’80 e riscoperta in una versione dei CHROMATICS più sensuale e ammiccante come gli sguardi privi di trucco, ma seducentemente lascivi di Chiara e Ludovica, ragazze che gettano le collane di perle in un angolo e prediligono gli abiti fazzoletto, purché siano luccicanti. Non meno pulsante della prima, la seconda arteria di questa colonna sonora vibra sulle parole di Torna a casa, ultimo successo dei Maneskin che come la campanella dell’ultima ora toglie le protagoniste dal neon dei locali della Roma di notte e le riporta nei loro letti, tra peluche e versioni di latino da finire.

Nel mezzo Takagi e Ketra, The Giornalisti, Cosmo, James Blake e Altarboy, cantati con la testa fuori dalle macchinette comprate dal papà per la figlia perfetta che sogna però una vita segreta come quella dei supereroi. Ma invece di indossare una maschera vogliono invece togliersi di dosso le etichette, i doveri, le aspettative, le ansie, le divise di scuola, segni di un’adolescenza dorata che stringe alla gola. Chiara e Ludovica, nude, si sentono piene di potere.

Ma BABY in queste sei puntate, nonostante le critiche, non fa del sesso l’unica arma che fende lo strascico dell’adolescenza privilegiata dei suoi protagonisti. Ci sono i video rubati di Instagram, la canna che fa tossire durante la ricreazione, la violenza delle parole, delle scazzottate a pugno chiuso che sgretolano ogni innocenza.
Non si tratta di una delle più originali interpretazioni del mondo degli adolescenti, troppo piccoli per essere adulti, troppo grandi per accontentarsi delle briciole del mondo. Cliché ovviamente non mancano, ma va bene così. Perché il progetto scritto dal giovanissimo collettivo dei Grams* è alla base un teen drama e non c’è nulla di sbagliato. Caricata indubbiamente dal peso di uno scandalo come quello dei Parioli, ma pur sempre una storia, che poi è la storia, di qualsiasi ragazzo a cui il mondo sta stretto, che vuole spaccare, senza pensare alle conseguenze.

BABY è la storia di due follie, come spiega Saverio, l’uomo dei cocktail: una follia che non ti fa pensare e ti fa fare cose impensate, e una follia lucida, intrigante e reiterata.
Quindi l’ennesimo scacco di Netflix sta nell’aver parlato per la prima volta di questa follia in italiano, di aver fatto respirare la scrittura dei GRAMS in queste ragazze – e ragazzi – che vogliono solo provare a divertirsi, prima del coprifuoco.

Federica Cirone

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