Come sta cambiando la bellezza? All’evento Beauty in the digital age abbiamo scoperto come l’algoritmo stIa riscrivendo i nostri canoni estetici tra creatività e nuovi standard digitali.
La bellezza è sempre stata un concetto difficile da definire; nel corso della storia ha assunto forme diverse, ma per secoli ha mantenuto alcuni punti fermi: proporzione, armonia e rispetto dei canoni estetici. Oggi viviamo però in un’epoca in cui la tecnologia, e in particolare l’intelligenza artificiale, sta cambiando profondamente il nostro modo di percepirla.
Questo è stato il tema centrale dell’evento Beauty in the Digital Age, un incontro che ha invitato il pubblico a riflettere su come il digitale stia trasformando il concetto stesso di bellezza.
Durante il suo intervento, Guido Tattoni, Direttore NABA, ha ricordato come in passato la bellezza fosse strettamente legata all’idea di equilibrio e proporzione. Pensiamo ad esempio al David di Michelangelo, dove l’armonia delle forme rappresentava un ideale estetico condiviso, oppure alla Venere di Botticelli da sempre simbolo di bellezza ideale.
Oggi il concetto di bellezza è molto più dinamico e non più legato a canoni rigidi o a standard estetici condivisi. L’arte contemporanea ha infatti messo in discussione i criteri tradizionali, ampliando il modo in cui definiamo e interpretiamo ciò che può essere considerato arte. Tattoni ha citato come esempio l’opera Fountain di Marcel Duchamp, mostrando come oggi l’attenzione si sia spostata dalla sola bellezza estetica alla riflessione concettuale e all’interpretazione.
In questo scenario entra in gioco anche la tecnologia; filtri basati sull’intelligenza artificiale, ad esempio, permettono di modificare il proprio aspetto in pochi secondi. Questo fenomeno apre una riflessione importante: la tecnologia sta davvero ampliando le possibilità di espressione della bellezza oppure sta contribuendo a creare nuovi standard estetici sempre più irraggiungibili?
Un’altra prospettiva è arrivata dall’intervento di Brandon Vaidyanathan, professore alla Catholic University of America, che ha invitato il pubblico a riflettere su una domanda semplice: che cos’è la bellezza per noi? Le risposte sono state diverse: per alcuni è legata all’estetica, per altri a valori più profondi come autenticità, emozione e significato.
Il dibattito si è poi spostato su un terreno molto concreto: quanto conta la bellezza nel mondo del lavoro oggi? La maggior parte del pubblico ha riconosciuto che, in molti contesti professionali, l’aspetto estetico continua ad avere un peso significativo.
Allo stesso tempo, però, diverse ricerche mostrano l’esistenza di una sorta di “beauty premium”: le persone considerate convenzionalmente più attraenti tendono spesso a guadagnare di più e ad essere prese più seriamente, indipendentemente dalle loro reali competenze. Questo fenomeno può quindi generare una forma di disuguaglianza, poiché il successo professionale rischia di dipendere anche da fattori estetici e non soltanto dalle capacità individuali.
Infine, si è discusso del rapporto tra intelligenza artificiale e creatività: l’IA potenzia la creatività o rischia di sostituirla? Il pubblico si è diviso tra chi la considera una capacità esclusivamente umana e chi, invece, la vede come uno strumento utile per supportare e amplificare il processo creativo, pur con il rischio di una possibile standardizzazione delle idee.
Questa domanda è stata posta anche a Guido Tattoni che ha affermato come l’intelligenza artificiale possa diventare uno strumento capace di ampliare la creatività, permettendo anche a chi non si considera particolarmente creativo di produrre contenuti nuovi. Tuttavia, il punto centrale non è la tecnologia in sé, ma il modo in cui l’uomo sceglie di utilizzarla.
Forse la risposta sta proprio in questa tensione; la tecnologia non è solo un sostituto né soltanto un alleato: è un nuovo elemento con cui la creatività umana deve imparare a convivere.
Marina Rea e Alice Gargantini
