Siamo passati dall’estrarre petrolio all’estrarre identità. Le piattaforme, infatti, trasformano i nostri dati e la nostra creatività in una risorsa a costo zero per il mercato globale: questo è il fenomeno dell’estrattivismo, una pericolosa declinazione nel mondo digitale e, per noi CIMERS, professionale!
Immagina di essere un minatore nel 2026. Non hai picconi, ma uno smartphone tra le mani. Il giacimento da scavare? Sei tu. Se un tempo l’economia si reggeva sul petrolio, oggi il sistema ha trovato una risorsa molto più economica e inesauribile: la nostra vita digitale. Ogni “mi piace”, ogni ricerca su Google e persino il tempo che passiamo a fissare uno schermo diventano grammi di valore estratti da algoritmi silenziosi e invisibili. Capire questo fenomeno è fondamentale se vogliamo evitare di finire intrappolati in un mercato che ci consuma come fossimo materie prime.
Il cuore di questa trasformazione ha un nome preciso e gliel’ha conferito Shoshana Zuboff già nel 2018: Capitalismo della Sorveglianza. Le aziende non raccolgono informazioni per farci un favore o per “personalizzare l’esperienza”, come recitano i noiosi pop-up dei cookie. La verità è che estraggono un “surplus comportamentale”: una mole gigantesca di dati su quello che proviamo, desideriamo e, soprattutto, temiamo. Questa materia prima viene poi lavorata per scommettere sul nostro comportamento futuro, vendendo previsioni a chi ha tutto l’interesse a influenzare le nostre scelte di acquisto o di voto. In questo modo, la nostra quotidianità viene trasformata in una merce invisibile che viaggia tra server in tutto il mondo, senza che noi ne percepiamo minimamente il rischio.
Siamo di fronte a una sorta di Colonialismo 2.0, dove i confini non si tracciano con le mappe ma con i codici. Il cosiddetto Data Colonialism non occupa territori fisici, ma colonizza il nostro tempo, le nostre relazioni e persino i nostri impulsi biologici. Le piattaforme ridisegnano le gerarchie del potere mondiale, trasformando ogni singola interazione in un frammento di capitale pronto per essere monetizzato dai giganti del web. Siamo diventati territori da mappare e sfruttare sistematicamente, perdendo giorno dopo giorno la sovranità su quegli aspetti che ci rendono umani e unici. Il rischio concreto è quello di smettere di essere cittadini per diventare semplici fornitori involontari di dati.
Ma l’estrattivismo investe anche chi della comunicazione ha fatto una professione. Giornalisti e creativi si ritrovano oggi a lavorare a ritmi insostenibili per sfamare feed che hanno una fame bulimica di contenuti. L’IA generativa accelera questo processo, “masticando” anni di ingegno e creatività umana per sputare fuori contenuti sintetici che fanno concorrenza agli stessi autori originali. È un paradosso che dobbiamo monitorare con estrema attenzione: comunichiamo più che mai, ma il riconoscimento economico e professionale del nostro lavoro sembra svanire dietro un “clicca qui” o ad un prompt ben scritto. La qualità viene spesso sacrificata sull’altare della quantità, trasformando il talento in una commodity a basso costo. Anche il nostro modo di vivere il lavoro sta cambiando pelle, e non sempre in meglio. Gli spazi di co-working e la tanto decantata flessibilità nascondono spesso una reperibilità totale e una solitudine competitiva che logora.
La missione deve essere proprio questa: sviluppare uno sguardo critico per non subire queste dinamiche e riprendere il controllo del nostro futuro professionale. Il marketing di domani non può essere un prelievo forzato di attenzione, ma deve tornare a creare valore reale mettendo al centro la dignità di chi comunica. Non possiamo limitarci a essere minatori passivi: dobbiamo diventare gli architetti di una comunicazione finalmente più etica, sostenibile e, soprattutto, umana.
Silvia Triolo
