C’è un limite fisico che per decenni è stato considerato un dogma: correre un miglio in meno di quattro minuti. Fino al 1954, la scienza e la medicina sostenevano che il cuore umano sarebbe esploso sotto tale sforzo. Poi arrivò Roger Bannister che non solo abbatté quel muro, ma l’anno successivo altri quattro atleti lo seguirono. Il motivo? Non era un limite del cuore, ma della mente. Questa stessa logica è il filo conduttore della storia di Matteo Noè: più che una testimonianza di resilienza, il suo racconto è un’analisi rigorosa del possibile. Non una narrazione del limite, bensì una vera lezione di meccanica del pensiero.
L’identità del “fare” e l’impatto con il limite:
Prima del 2009, la vita di Matteo era scandita dal fare. Meccanico e proprietario di un’officina, motociclista, da sempre pescatore, appassionato di montagna e di acquari: un uomo abituato a risolvere problemi pratici con naturalezza. Poi, l’incidente in moto e il buio,18 giorni di coma e un risveglio in un corpo che non rispondeva più alle vecchie regole. Da quel momento per Matteo la disabilità diventa un limite fisico, una vera invasione di campo nella sua identità. La depressione che ne seguì non era solo tristezza, ma il conflitto tra il Sé 1 (il critico interiore) e il Sé 2 (colui che agisce). Il suo Sé 1 continuava a usare il “metro del prima”, rendendo ogni azione del “dopo” un fallimento assicurato.
Il Mental Coaching come Scienza del Potenziale:
La svolta decisiva avviene all’incontro con Alberto Biffi, CEO di Mental Training Italy, e l’ingresso nel mondo del Mental Coaching. Matteo scopre che la mente non è solo un generatore di pensieri, ma un sistema governato da dinamiche precise, su cui da subito inizia a lavorare. Il cuore di questo lavoro si fonda sul dialogo interno e, come Matteo scoprirà anni dopo, sulla teoria di Timothy Gallwey e il dialogo tra due entità interiori presenti in ognuno di noi:
– Sé 1 (L’Interferenza): la parte che giudica, critica e istruisce. Quella che davanti a una sfida lo scherniva.
– Sé 2 (Il Potenziale): la parte che agisce naturalmente, impara dall’esperienza e possiede le risorse creative.
Matteo ci ha spiegato che il Mental Coaching non serve a “cancellare” il Sé 1, ma a insegnargli ad allearsi con il Sé 2. Una volta ritrovato sé stesso il suo percorso è stato accademico e rigoroso: dal Master in Mental Coaching (2016), fino ad entrare a pieno titolo tra le fila dei Mental Coach durante le certificazioni internazionali, per concludere con la Laurea in Scienze e Tecniche del Mental Coaching (2024). Oggi Matteo non si limita a raccontare la sua storia, ma opera con i suoi clienti come Life Mental Coach, dunque come formatore e membro della commissione d’esame per i nuovi coach, applicando protocolli strutturati per la gestione dello stato emotivo e il raggiungimento degli obiettivi.
La Roadmap: Il caso dell’acquario come protocollo
Per farci capire come questa scienza diventi pratica, Matteo ci ha illustrato il progetto del suo primo acquario post-incidente:
1. Analisi della prospettiva: Smettere di guardare il problema come “quello che ero prima” e osservarlo dalla condizione attuale.
2. Visualizzazione del processo: Costruire mentalmente ogni passaggio, anticipando le criticità.
3. Scomposizione degli obiettivi: Dividere il macro-obiettivo (l’acquario) in micro-step gestibili con relative soluzioni alle difficoltà motorie.
Il risultato è stato sorprendente: un acquario perfetto, avviato in sei mesi senza alcun imprevisto, superando in precisione quelli realizzati in vent’anni di attività precedente. “Ho capito che con la giusta programmazione e la visualizzazione del processo, sarei potuto arrivare comunque a risultati eccellenti. L’appetito vien mangiando: da lì è stato un crescendo.”
La nostra riflessione: Cambiare il racconto
Oggi Matteo è Community Manager, e figura di riferimento per chiunque voglia intraprendere la professione di Mental Coach. Ascoltandolo, ci siamo rese conto che il suo lavoro non riguarda la “guarigione”, ma la liberazione dal giudizio. In un mondo, come quello universitario o aziendale, spesso ossessionato dalla performance, Matteo Noè ci ricorda che il vero ostacolo non è quasi mai la realtà esterna, ma la versione della realtà che continuiamo a ripeterci. La sua storia ci insegna che cambiare prospettiva non è un atto di rassegnazione, ma il primo passo strategico per tornare a essere protagonisti della propria vita.
Emma Invernizzi e Giulia Miraldi
