Imparare a disimparare… facile a dirsi, ma la pratica è tutt’altro affare. Il famoso detto recita: “tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare”. Di sicuro, in questo caso, ad insegnarci a nuotare ci hanno pensato la Prof.ssa Brena e la Dott.ssa Pigozzi nell’evento “Le relazioni pericolose: relazioni tossiche e dipendenze nell’era digitale”.
In questo articolo – scritto a quattro mani – ci proponiamo di presentarvi alcuni degli elementi salienti di questo incontro a cui abbiamo avuto l’occasione di partecipare, con la speranza che possano rappresentare degli interessanti spunti di riflessione per ognuno di noi.
L’intervento di Laura Pigozzi ci pone davanti a questioni difficili da ignorare al giorno d’oggi: come si instaurano le relazioni di dipendenza? Cos’è che, nel profondo, ci rende vittime e complici di un sistema votato alla tossicità in ambito relazionale? La Dott.ssa Pigozzi racconta di come la sua specializzazione la porti a ricercare le cause profonde di ciò che osserva nei comportamenti e nelle interazioni umane. Questa ricerca delle motivazioni dovrebbe però trasformarsi in un approccio condiviso: la consapevolezza diviene uno strumento di conoscenza della realtà, capace di offrire ad ognuno maggior controllo su dinamiche apparentemente inspiegabili, frutto di apprendimenti atavici di cui dovremmo liberarci.
La relazione di dipendenza è oggi pervasiva. Il contatto con lo schermo e le sue particolarissime dinamiche ci abitua a percepire la dipendenza come unica espressione di un’emozione intensa. Il circuito della ricompensa, la sensazione di costante soddisfazione, l’intolleranza al distacco diventano elementi che ci educano a considerare tali sensazioni come fondanti di ogni relazione, comprese quelle affettive. La ricerca delle cause profonde impone allora di tornare alla nascita: al rapporto tra neonato e madre. La figura materna viene percepita in simbiosi con il corpo femminile, rendendo difficile educare alla distinzione tra madre e donna. Se la madre “ha dato tutto”, si interiorizza l’idea di meritare lo stesso da ogni altra figura femminile. Educare alla separazione tra corpo della donna e funzione materna significa riconoscere il “mistero” dei cambiamenti del corpo femminile e rispettarlo. Si tratta dell’unica forma di “amore possibile”, dell’unico modo di amare che sia fondativo di un nuovo tipo di relazione, non basato su dipendenza e tossicità, ma sulla comprensione del mistero dell’altro e sul rispetto dei limiti che questo ci pone.
Il linguaggio è il primo terreno su cui si misura il potere. Come dimostrato dalle ricerche della Professoressa Silvia Brena e dal progetto VOX – Osservatorio Italiano sui Diritti, le parole non sono neutre, ma costruiscono relazioni asimmetriche basate sull’abuso.
Nell’era digitale, l’hate speech ha assunto nuove peculiarità: l’anonimato e le “camere dell’eco” trasformano l’offesa in una disintegrazione del tessuto civile. Questa dinamica non colpisce solo il singolo, ma lacera i legami di fiducia che tengono insieme la comunità Per mostrare come l’insulto non sia un fenomeno isolato, ma segua una logica di “odio contestualizzato”, la Dottoressa Brena introduce il valore scientifico della Mappa dell’intolleranza, che mostra come il 50% dell’odio online sia rivolto alle donne.
Tale mappa serve a «restituire una fotografia nitida delle zone dove l’intolleranza si radicalizza» permettendo di intervenire con progetti mirati di alfabetizzazione e prevenzione sul territorio. E’ uno strumento fondamentale per comprendere come il linguaggio d’odio possa passare dal mondo virtuale a quello reale, diventando il primo passo verso la legittimazione di veri e propri hate crime. Non servono gli stereotipi, si tratta di un odio che si autolegittima, mirando all’othering della figura femminile per relegarla a un piano inferiore. Per invertire la rotta dobbiamo passare dalla violenza all’alfabetizzazione emotiva. Bisogna creare un linguaggio rigenerativo che rompa il meccanismo del “branco”. L’obiettivo è quindi «estirpare i semi della violenza verbale per ritrovare un equilibrio civile».
In conclusione, una cosa appare certa: dobbiamo agire e portare un moto di cambiamento. Che questa azione si concretizzi in una riflessione sul metodo di approccio nelle proprie dinamiche relazionali, nella ricerca delle cause profonde, nell’evitamento concreto del linguaggio d’odio online e la conseguente costruzione di una nuova alfabetizzazione emotiva, a noi – che saremo il motore della realtà di domani – spetta il difficile compito di sistemare le cose, perché il nostro lascito possa sempre essere migliore di ciò che ci è stato consegnato.
Francesca Giordano e Sabrina Sciruicchio
