NOMOFOBIA: LA PAURA DI RESTARE DISCONNESSI

Ti è mai capitato di sentire uno strano senso di inquietudine solo al pensiero di non avere il telefono con te? Di provare fastidio, irrequietezza, persino una punta d’ansia se la batteria è scarica o la connessione non funziona? Se ti riconosci in questa descrizione, potresti aver sperimentato uno o più sintomi della Nomofobia, una condizione psicologica sempre più diffusa, soprattutto tra i giovani.

Più di una semplice dipendenza
Quando parliamo di Nomofobia (parola che deriva da No Mobile Phobia) non stiamo indicando una semplice abitudine o un uso eccessivo dello smartphone. Parliamo di una vera e propria fobia: la paura di non essere connessi, di non poter controllare le notifiche, di non essere raggiungibili, di “perdere qualcosa”. Il telefono non è più solo uno strumento: per molti è diventato un’estensione di sé, un oggetto simbolico e identitario, un rifugio, un cordone ombelicale digitale che ci dà sicurezza, la cui mancanza ci destabilizza.
Il problema nasce proprio qui: quando non riusciamo più a separarci dal telefono senza provare disagio vuol dire che qualcosa non va.

Le conseguenze: dalla socialità all’identità
L’uso compulsivo dello smartphone, e la fobia di restarne senza, può generare conseguenze profonde, non solo comportamentali, ma anche psicologiche. Tra le più evidenti ci sono:

  • Isolamento e alienazione: si può essere connessi con centinaia di persone e al tempo stesso sentirsi terribilmente soli. L’interazione diventa superficiale, filtrata, più semplice da gestire rispetto a quella reale, ma spesso anche più vuota.
  • Ansia digitale: si manifesta come una tensione costante, il bisogno urgente di controllare se qualcuno ha visualizzato la nostra storia, se è arrivato un like, se abbiamo perso un messaggio.
  • Attacchi di panico: nei casi più gravi, la mancanza di connessione può provocare sintomi simili a un attacco di panico, come tachicardia, sudorazione, vertigini.
  • Disturbi dell’umore: irritabilità, sbalzi emotivi e difficoltà di concentrazione sono sempre più comuni, soprattutto nei più giovani.
  • Alessitimia: la difficoltà a riconoscere e verbalizzare le proprie emozioni, perché le relazioni digitali tolgono spazio alla comunicazione autentica, fatta di sguardi, gesti, silenzi, è oggi sempre più diffusa.

Quanto è diffusa la Nomofobia oggi?
Secondo uno studio pubblicato nel 2023 su Computers in Human Behavior Reports, oltre il 56% dei giovani adulti tra i 18 e i 24 anni mostra un livello moderato di nomofobia, e circa il 17% si trova in uno stadio grave. In media, gli smartphone vengono utilizzati tra le 4 e le 7 ore al giorno, principalmente per navigare sui social.
Secondo un’indagine condotta da Save the Children nel 2024, circa il 50% degli adolescenti trascorre online più di 5 ore al giorno, e il 91,7% dei giovani tra i 14 e i 17 anni utilizza Internet quotidianamente.  Inoltre, più della metà degli intervistati ha affermato di aver tentato, senza successo, di ridurre il tempo trascorso online, e il 33% si considera consapevole di utilizzare eccessivamente lo smartphone durante la giornata. 
Per affrontare questa crescente preoccupazione, piattaforme come TikTok e Instagram hanno introdotto funzionalità che permettono agli utenti di monitorare e moderare il tempo trascorso sulle app, ad esempio impostando limiti di tempo giornalieri per l’utilizzo delle app o servendosi di altri strumenti per imparare a gestire il proprio tempo online in modo consapevole.
Questi aggiornamenti evidenziano come anche le stesse piattaforme riconoscano l’importanza di promuovere un uso più equilibrato e consapevole dei social media, soprattutto tra i giovani.

Cosa posso fare, nel concreto?
Io per prima mi chiedo spesso: come posso gestire meglio il mio rapporto con lo smartphone senza diventare schiava delle notifiche?
Ecco alcune strategie che metto in atto (e che consiglio anche a te):

  • Mi osservo: quando sento il bisogno di prendere il telefono senza un motivo chiaro, mi fermo e mi chiedo: “Sto cercando qualcosa o sto solo evitando il silenzio?”
  • Creo spazi liberi dal digitale, ad esempio mentre mangio o prima di dormire. Può sembrare banale, ma fa la differenza.
  • Uso gli strumenti di monitoraggio: ormai molti smartphone permettono di vedere quanto tempo passo sulle app e di impostare dei limiti per l’utilizzo di queste. Li uso, e quando sforo cerco di capire perché.
  • Scelgo relazioni vere: cerco occasioni per incontrare gli amici di persona. Il digitale è utile, ma la realtà lo è molto di più.
  • Chiedo aiuto se serve: se sento che il disagio è troppo, ne parlo, con un amico, un educatore, uno psicologo. Chiedere aiuto non è debolezza, è consapevolezza.

La Nomofobia è uno specchio del nostro tempo. Non si tratta solo di tecnologia, ma di identità, relazioni, bisogni affettivi. Essere connessi è diventato sinonimo di esistere.
Ma forse, ogni tanto, dovremmo ricordarci che anche disconnettersi può essere un atto di libertà, una scelta per tornare a sentirci davvero presenti, dentro e fuori lo schermo.

Rosa Giuffré