ROMPERE LE CATENE: VERSO UN FUTURO DI UGUAGLIANZA 

Il dualismo tra uomo e donna è, ancora oggi, una concezione che non permette l’affermazione della presenza di un unico genere umano.

Etimologicamente questo termine indica «l’insieme delle caratteristiche fondamentali che contraddistinguono una categoria o un gruppo di persone o cose». Non si può, non si deve parlare di genere umano perché ancora oggi sono presenti discriminazioni, violenze fisiche o psicologiche, soprusi che identificano il genere femminile come rappresentanza di un sesso minoritario. 

Oggi come allora, come nei primi anni del dopoguerra, la donna subisce violenza, sottomissione da parte dell’uomo e della società proprio come Delia nel film “C’è ancora domani“; c’era Ivano che comandava, decideva, imponeva le sorti della famiglia e della moglie e c’era Delia costretta ad assecondare le decisioni del marito senza poter esprimere alcun parere, a lavorare in casa e fuori per sostenere la famiglia, a subire le violenze, le percosse e i malumori del coniuge senza mai ribellarsi.

In questo film ci siamo tutte, dalle donne del passato fino alle donne della società attuale;  Delia è una delle innumerevoli, impersonifica perfettamente il genere femminile e la sua condizione era comune a tutte, era la normalità. Donne invisibili, servili, dimesse, silenziose, ordinarie che sacrificano se stesse, non combattono per uscire da quella posizione di inferiorità anzi sono parte attiva di una resistenza solida e invisibile. Questo perché non parliamo solo di una violenza fisica ma anche di violenza psicologica, dove la vittima stessa, molto spesso, non si rende conto di subirla, non si accorge di essere svalutata e di essere messa in una condizione di subordinazione. La donna non è in grado di riconoscere gli abusi e non si ricorda del suo valore come essere umano, viene considerata dall’uomo come una persona priva di valori, priva di emancipazione, priva di libertà e viene portata ad accogliere questi pensieri, a ritenerli giusti ed è lei stessa che si convince che questa posizione sociale le appartiene. E’ proprio con questa violenza che gli uomini governavano e governano le loro donne, come se fosse giusto e normale.

Sono passati quasi ottant’anni eppure è tutto come allora; il film “C’è ancora domani” ci racconta la nostra realtà semplificando i concetti, smorzando la violenza ma mantenendo l’attenzione ferma sul tema principale: la sottomissione e la violenza sulle donne. C’è ancora domani non è un film storico, è un film che parla anche del nostro presente, di quanta strada ancora c’è da fare. Quello che vediamo nel film non è solo la vita del passato di un’Italia del dopoguerra, ma è qualcosa che viviamo ancora, è la vita di un’Italia che non è ancora riuscita a scappare da queste situazioni di soprusi. Il film ci fa guardare il riflesso di una situazione che si “tramanda” e che nel 2024 è ancora, purtroppo, una realtà presente

C’è ancora domani rappresenta la speranza in qualcosa che può cambiare, che può migliorare, che si può superare. Infatti, Delia prende coscienza della donna che è, del valore che ha, del cambiamento che può apportare nel suo piccolo e vede nella figlia, Marcella, la luce del cambiamento e della speranza. Trova il coraggio di invertire la rotta, di compiere scelte giuste per se stessa e per le generazioni successive; è attraverso questa complicità e solidarietà femminile che le donne si sono liberate dalle catene della sottomissione e della violenza. 

Come nel 1946 c’era speranza nel domani, anche oggi possiamo averla, ed è attraverso questa speranza che siamo arrivati ad ottenere dei piccoli progressi. Dobbiamo continuare a sperare, sperare che prima o poi tutto questo cambierà e che potremmo lasciare alle generazioni future una vita serena e luminosa dove esiste un unico genere, quello umano. 

Matilde Martini 

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