#OPENTOWORK: LA LOTTA ALL’ULTIMO SANGUE DELL’ESERCITO DEGLI ULTRALAUREATI DI LINKEDIN

Diciamoci la verità: siamo stufi dei post motivazionali su LinkedIn.

Su LinkedIn i recruiter elargiscono consigli in tono genitoriale, spendono parole gentili per i candidati in attesa di verdetto, e, se non interessati ai loro curricula, rispondono con e-mail appassionate, analisi SWOT di colloqui falliti con cui augurano tutto il bene.

Su LinkedIn è pieno di CEO con una visione avanguardistica del lavoro: si scagliano contro lo stachanovismo e propongono di accorciare la settimana lavorativa a quattro giorni. Anzi tre.

Su LinkedIn abbondano corsi di personal branding, digital marketing, di affinamento delle soft skills: l’azienda dei tuoi sogni sta aspettando te, fatti trovare pronto!

Ciò che, su LinkedIn, distrugge i sogni di noi GenZ ultralaureati, no, non è nemmeno lo scontro con la realtà, fatta di orari lavorativi imbarazzanti ed HR che la candidatura nemmeno la aprono, figuriamoci dirti perché non otterrai lo stage per cui hai completato un’application da centoventi domande. A gettarci in un oceano di disperazione e lacrime, su LinkedIn, siamo proprio noi, ultralaureati con la mania del CV di una pagina massimo, il font perfetto, la terza lingua, la vacanza studio in college nell’estate della seconda media. Ossessionati dalla competizione con persone più “skillate”, con uno stage più prestigioso, un genitore straniero che li ha cresciuti poliglotti o li ha mandati alla scuola internazionale. Magari tutte e tre queste qualità – panico.

Cadiamo allora nella tentazione di fare un’esperienza utile, magari dopo la sessione estiva, che sia almeno un corso di lingua – perché l’idea di stare in panciolle per un mese, quella no, è insopportabile – o meglio, sarebbe meraviglioso, ma chi la spreca un’occasione per rendersi candidati più appetibili?

In fin dei conti non credo che sia ambizione, no.

Sono più convinta che abbia a che fare con un senso di FOMO generale, con il terrore di rimanere indietro, di doversi accontentare di un ruolo minore ed una carriera grigia; viene da chiedersi se sia sano, se sia il modo giusto di dare inizio alla propria carriera. Del resto, pensarla diversamente comporta precisamente il rimanere indietro, e chi di noi può permetterselo, dopo tanta fatica?

Non dico che non sia stimolante in senso assoluto: avere sotto gli occhi i profili patinati di menti brillanti ispira a perfezionarsi e cercare costantemente un margine di miglioramento, ma il rischio di non sentirsi all’altezza è sempre dietro l’angolo.

Sono convinta che quest’ansia si dissolverà quando troveremo la nostra dimensione – quando, non “se” – nel frattempo, avrei voluto godermi di più la mia formazione, anche oziando durante l’estate.

Isabella Leto