IMEN JANE, ALESSANDRO TOMMASI, MARCO CARTASEGNA: OPINION LEADERS DI UNA GENERAZIONE PIÙ INFORMATA E SCHIERATA?

È un momento storicamente difficile per il giornalismo italiano: il fallimento della narrazione imparziale, non di rado urlata con toni sensazionalistici da tabloid, ha allontanato gli under 35 dalla carta stampata, forse irreparabilmente. Si fa presto a consegnare l’arma del delitto nelle mani della digitalizzazione: a una simultaneità caratterizzante il giornalismo digitale, la tradizione avrebbe potuto rispondere garantendo standard qualitativi di una cronaca slow, ma attendibile, chiara, linguisticamente ineccepibile.

Eppure, così non è stato: i quotidiani, in crisi di mezza età, hanno deciso di reinventarsi e adottare i tempi di un mezzo ontologicamente diverso. Frequenti le operazioni di clickbaiting selvaggio per racimolare article views, perdendo in autorevolezza e credibilità.

Poi è successo che, non senza un malcelato imbarazzo, abbiamo iniziato ad affidarci alla Home della moltitudine di social cui siamo iscritti per tener traccia dei fatti di cronaca, delle querelle politiche e delle dichiarazioni colorite di Presidenti d’oltreoceano. Abbiamo incoraggiato con un like politici e giornalisti ideologicamente vicini, nella convinzione che, in questo modo, saremmo rimasti aggiornati con le circostanze e avremmo fatto bella figura a cena. Tuttavia, ciò ha determinato la costituzione di una cornice ideologica in cui le narrazioni distanti o incongrue con le nostre non trovano spazio, dando luogo ad una filter bubble ed un’esposizione parziale, quando non partigiana.

La crisi del giornalismo e la palesata necessità di una cronaca inclusiva hanno messo in luce un’esigenza di mercato non ancora soddisfatta, dunque un’opportunità di business ghiotta: startup digitali, ideate e supportate da creator stimati, danno vita a panel in cui quotidianamente vengono riportati i fatti più rilevanti a livello nazionale ed internazionale.

Sono finanziate da investitori super-partes e con partnership pubblicizzate, e si concentrano soprattutto sui fatti di politica, economia, conversione green e tech. Le operazioni maggiormente riuscite, stando ai numeri, sono Will, nato dalla collaborazione tra Imen Bourahjane e Alessandro Tommasi, e Torcha, da un’idea di Marco Cartasegna.

Due home page mobile-friendly dai colori sgargianti, con numeri a contrasto come trofei ed emoticon, a sottolineare l’indole giovanile; Will e Torcha si raccontano con un manifesto modesto ma puntualissimo, che non lascia spazio ai toni scandalistici del giornalismo di oggi.

Entrambe le startup hanno preso le distanze dagli schieramenti politici, e, anzi, esplicitano la possibilità di usare i propri spazi per dar luogo a un dibattito proficuo, tale che “ognuno possa farsi la sua idea” (Torcha). Il linguaggio è alla portata di tutti, democratico – la cifra distintiva del mezzo – certo non imparziale né completo, perché comunicare una notizia comporta sempre l’adozione di una prospettiva a scapito delle altre.

Will ha un team di dodici persone negli uffici di Milano, mezzo milione di followers su Instagram e business angels che sostengono economicamente il progetto; Alessandro Tommasi, prima capo delle relazioni istituzionali in AirBnB, ha intravisto l’opportunità con la collega Imen, che non fa più parte dello staff ma continua da sé la sua operazione di giornalismo explanatory.

Instagram Stories, IG TV, Page Post e un Podcast davvero amato costituiscono l’arsenale di Will, che presidia tutti i touchpoint più importanti perché conosce bene le regole della piattaforma. Torcha, dalla community più contenuta per la natura specifica degli articoli (quasi sempre di matrice economica), fa un uso maggiore delle Stories e adotta il mantra TICA – “Teniamo i Cervelli Accesi”.

Questo nuovo modo di fare informazione è, forse, la ribellione a cui meritavamo di assistere: sarà che la stampa tradizionale manca di un business plan e una mission?

Isabella Leto