CATCALLING: NUOVI NOMI PER ANTICHE ABITUDINI

“Ai tempi in cui accaddero i fatti che prendiamo a raccontare, quel borgo, già considerabile, era anche un castello, e aveva perciò l’onore d’alloggiare un comandante, e il vantaggio di possedere una stabile guarnigione di soldati spagnoli, che insegnavan la modestia alle fanciulle e alle donne del paese… Così recita uno dei primi passi del capolavoro manzoniano I promessi sposi, in cui l’autore spiega, attraverso il meccanismo dell’ironia, il comportamento violento e sessista dei soldati nei confronti delle donne del paese. Era il 1600, ma i fatti che racconteremo avvengono più di quattrocento anni dopo.

Il 30 marzo 2021 Aurora Ramazzotti pubblica una storia su Instagram in cui racconta ai suoi follower di aver ricevuto fischi e commenti di cattivo gusto dopo una corsa al parco, utilizzando il termine catcalling per descrivere questi comportamenti. Sui social si apre un dibattito molto accesso: c’è chi sostiene che Aurora abbia esagerato e che si tratti di semplici apprezzamenti verbali e chi, invece, descrive questi atti come violenti, macisti.

Ma che cos’è esattamente il catcalling? La parola deriva dal verbo catcallche sta letteralmente per fischio (quello che facciamo per richiamare il gatto per intenderci). La sua definizione nell’Oxford Dictionary è più precisamente “un forte urlo, un fischio che esprime disapprovazione, fatto da persona in mezzo a una folla” (nel Settecento per esempio, si parlava di catcalling per indicare i fischi che gli spettatori rivolgevano ad artisti poco graditi). Secondo l’Accademia della Crusca questo termine inglese viene usato per identificare le molestie “di strada” a partire dal 1956 ma, come ci racconta il buon Manzoni, queste esistevano ed erano già riconosciute ben prima di essere ricondotte a questo nome. In Italia, prima che si diffondesse l’anglicismo, si parlava di pappagallismo che in un’accezione specifica significa proprio “comportamento di uomini che importunano donne sconosciute con gesti, frasi o proposte insistenti e inopportune”. Tuttavia, in alcuni dizionari del Novecento, accanto a questa determinazione di molestia, comparivano concetti come “corteggiamento” e “galanteria”, una vera e propria svalutazione del gesto.

Ecco, il problema risiede nel fatto che tutt’ora la pratica del catcalling venga sminuita perché assimilata ad un’espressione lusinghiera, di apprezzamento da parte di un uomo verso una donna. Il confine tra un complimento e una molestia verbale in questo caso è molto sottile, ma è sufficiente precisare che cosa sia un complimento per capire che il catcalling non sia nulla di tutto ciò. In primo luogo, si parla di “complimento” per descrivere un’espressione di affetto o ossequio o atto di omaggio da parte di una persona. Si presume che a rivolgere un apprezzamento ad una donna sia un uomo che lei conosce e non uno sconosciuto che le passa accanto. I complimenti vengono rivolti in situazioni in cui le persone si trovano a proprio agio, sono una forma di rispetto e di gentilezza, ma fischiare ad una donna per strada, rivolgerle battute volgari, suonare il clacson quando le ci si avvicina, non ha niente di rispettoso o di ossequioso.

Nel 2014 il gruppo statunitense anti-molestie “Hollaback” ha condotto, in collaborazione con la Cornell University, un’indagine su scala internazionale per dimostrare proprio come il catcalling fosse a tutti gli effetti una forma di molestia e quali sentimenti provocasse nelle donne. Lo studio ha dimostrato come l’84% delle donne coinvolte fosse stato vittima dello streetharassment già prima dei 17 anni e che le emozioni più ricorrenti suscitate da questa pratica fossero umiliazione, bassa autostima, ansia e rabbia. Nel caso particolare dell’Italia, una grande percentuale di donne sceglie di cambiare il percorso verso la propria destinazione dopo aver subito episodi di catcalling, molte decidono addirittura di cambiare il loro modo di vestire sentendosi colpevoli di attirare l’attenzione su di sé.

In realtà, come spiega Carlotta Vagnoli – autrice, sex columnist e attivista per i diritti delle donne – anche il catcalling, come ogni altra dimostrazione di violenza di genere, non ha nulla a che vedere con impulsi di tipo sessuale o sensuale di un genere verso l’altro. Non si tratta di una manifestazione di piacere ma di potere ed è l’espressione di quella stereotipizzazione culturale che vuole un genere (quello maschile) superiore all’altro.

In un Paese civile non bisognerebbe nemmeno chiedersi se questo sia o meno una forma di molestia, bisognerebbe affrontare il fenomeno considerandolo a tutti gli effetti un reato, un atto punibile dalla legge. In Francia questo processo è già stato finalizzato nel 2018, in Italia, per ora, viviamo con app come Secur Woman 2.0, Besafe o Wher che cercano di tutelarci localizzando centri antiviolenza nella zona, geolocalizzandoci in caso di emergenza, consigliandoci i percorsi migliori fare.

Per far sì che chiunque possa camminare libero per strada sentendosi al sicuro, senza bisogno della “stabile guarnigione che gli insegni la modestia”, è giusto che si continui a sensibilizzare sul tema con tutti i mezzi a disposizione e che si combatta per far si che nessuna molestia venga considerata “solo un complimento”.

Sofia Contini