THRIFT FLIPPING: SOSTENIBILITÀ O DANNO IRREPARABILE?

Se ancora molte delle nostre mamme e nonne vedono gli affaroni che siamo riusciti ad agguantare su Depop dopo ore di scrolling come articoli appestati, prefigurandosi un* ex-proprietari* infett*, per molti di noi Gen Z avere abiti di seconda mano nel proprio armadio è qualcosa di assolutamente normale. Secondo dati di thredUp, una delle piattaforme di resale più note al mondo, il 90% degli shopper di questa generazione è giá in possesso o si dice apert* ad acquistare secondhand. La spinta sarebbe, in primo luogo, la sostenibilità, tema molto caro a tutti gli wannabe (o semplici fan di Greta) Thunberg, ma anche la possibilità di pagare un pezzo stracciato per pezzi vintage originali che si adattano perfettamente all’estetica in voga su Instagram.

A questa predisposizione si sommino ingredienti come spirito imprenditoriale, alti livelli di empowerment tecnologico, noia da pandemia e TikTok, la piattaforma Zoomer per eccellenza e si arriva all’esplosione del trend e l’hashtag correlato #thriftflip, che ha, ad oggi, oltre 782 milioni di visualizzazioni. Si tratta di quella che i-D definisce una vera e propria “arte di alterare e personalizzare capi di seconda mano, adattando abiti di taglie diverse dal proprio corpo”.

È partito tutto con un video di Symphony Clarke pubblicato su TikTok a marzo 2020, oggi conosciuta sull’app come @TheThriftGuru, che in pieno stile Pinterest DIY mostrava come trasformare una felpa di Harvard in un set di crop top e pantaloncini da ginnastica. Da lì gli account che illustrano con brevi video educativi come praticare forme casalinghe di up-cycling hanno iniziato a spopolare. E fin qui tutto bene: vedere molti giovanissimi a rimboccarsi le mani in nome della sostenibilità, della creatività e, perché no, anche del risparmio si qualifica sicuramente come una buona notizia.

Ma un ma, in effetti, sembra esserci. Molti di questi tutorial sono accomunati da uno stile e una narrativa comune: la protagonista, solitamente una ragazza giovane, carina e snella, converte un articolo di abbigliamento destinato alle taglie forti in un outfit che si adatti alla sua corporatura. L’impressione, non sempre velata, che si trasmette è che l’abile sarta o DIY-er sia riuscita a trasformare quello che era una t-shirt o un paio di jeans sformati e non particolarmente notevoli in qualcosa che valorizzi il proprio fisico e che appaia attraente e alla moda. (Un esempio: qui). Come sottolinea i-D e si discute in vari Reddit, ciò può favorire la grassofobia, correlando l’immagine di qualcosa di spiacevole e inutilizzabile con prodotti per taglie più grandi e, in un secondo momento, invitando la propria audience a riprodurre un outfit striminzito e decisamente, si suggerisce, più piacevole.

Inoltre, questa tendenza sta esacerbando una situazione giá delicata per chi effettivamente, per ragioni economiche, può permettersi di acquistare i propri abiti unicamente da negozi di seconda mano, dove spesso i capi di taglie superiori alla L scarseggiano. Spesso, infatti, le marche di taglie forti sono difficili da reperire e possono essere anche molto costose, rendendo per molti l’alternativa dell’usato una necessità più che una preferenza. Se, però, la già ridotta offerta di questi prodotti è assorbita da altri, che non ne hanno così strettamente bisogna, non si fa altro che aggravare la situazione.

È evidente che questa seconda problematica non sia direttamente attribuibile alle coscienze green dei giovani TikToker che si cimentano nel thrift flipping. Tuttavia, i messaggi grassofobici sottintesi ai video che trovano cosí ampia diffusione non devono essere sottostimati e vanno presi seriamente. Ribellarsi ai sistemi di un’industria inquinante quanto lo è quella della moda rimane qualcosa da promuovere, ma questa storia ci invita a rimanere allerti rispetto alle soluzioni che scegliamo di adottare.

Giulia van den Winkel