QUANDO IL CINEMA CI INSEGNA A DUBITARE

Hai mai pensato di poter essere vittima di fake news anche quando sei davanti ad uno schermo cinematografico? E anche se non da vere e proprie fake news, potresti essere raggirato da chi meno te l’aspetti: il regista.

Parlare della settima arte significa anche sottolineare il valore inevitabilmente illusorio della realtà riprodotta sul grande schermo, che rimanda allo spettatore personaggi e storie “vere” perché narrate secondo il principio del patto narrativo e della sospensione dell’incredulità. Tutti noi – novelli James Stewart (dell’hitchcockiano “La finestra sul cortile”) bloccati sulla sedia davanti alla finestra/schermo – seguiamo la narrazione filmica in base al patto non scritto fra spettatore e regista secondo cui la storia trasmessa è di per sé vera, attendibile, comprensibile alla lettera: se un personaggio è ucciso vuol dire che è morto, se un personaggio si sposa vuol dire che è sposato, se un personaggio parla con un altro personaggio vuol dire che tra loro c’è un dialogo, etc. etc.

Questa che può sembrare un’affermazione banale e superficiale è, invece, il punto di svolta per capire come il cinema, soprattutto quello post-moderno, abbia giocato sul binomio menzogna/verità per ingannare volutamente lo spettatore e portarlo, quindi, a riflettere sullo statuto illusorio di ciò che crede una verità oggettiva. Questa riflessione diventa tanto più importante se rapportata alla contemporaneità inondata dalle fake news, spesso confezionate proprio attraverso l’uso delle immagini, statiche o in movimento, perché portatrici nell’immaginario collettivo dello statuto di prove oggettive, reali, autentiche, recepibili superficialmente senza esercitare il dubbio. Allora il cinema ci aiuta a esercitare il dubbio, a capire che dobbiamo sempre dubitare della verità più ovvia, a non fidarci fino in fondo dell’intreccio che stiamo seguendo: il narratore-regista attendibile, tradizionalmente portatore dell’istanza di verità nel patto narrativo, si trasforma volutamente in alcuni film in un narratore-regista inattendibile, che inganna lo spettatore, lo prende in giro, gioca con le sue certezze.

Partiamo da “I soliti sospetti” di Bryan Singer (1995), un vero capolavoro della manipolazione narrativa: in una realtà complessa ma logica e attendibile – fatta di rapine, corruzione, malviventi, paure, soldi, potere – lo spettatore è convinto di aver scoperto una serie di verità, sui protagonisti e sulle loro vicende, che alla fine invece risultano il frutto delle menzogne improvvisate dell’astuto (ma apparentemente fragile e stupido) Verbal/Kaiser Soze. Infatti il regista ha costruito la narrazione filmica dal punto di vista di Verbal, senza però farcene accorgere, anzi presentando ogni avvenimento come un tassello reale e veritiero che si incastra progressivamente nell’intero puzzle della verità nascosta: lo spettatore giunge alla fine del film felice di aver capito ogni cosa, per quanto ingarbugliata e controversa, per poi rendersi conto di essere stato ingannato, di aver assistito non ad una storia ma alla sua messa in scena menzognera.

Lo spettatore ha, di fatto, assistito a una lunga e accattivante fake-news: si è fidato delle parole, delle immagini, della narrazione, scambiando per oggettive scene che di fatto erano soggettive e quindi anche inattendibili. Cioè si è comportato come l’ingenuo ragazzino che davanti a una fotografia e a una sua didascalia non esercita il dubbio e dà per scontato che ciò che vede e legge sia vero: e, invece, forse si trova davanti a un’ennesima fake-news. Il fascino di essere ingannati dal cinema – perché lo spettatore rimane sorpreso, incredulo, ma anche affascinato dalle capacità registiche di costruzione dell’inganno narrativa – può essere un buon antidoto alle fake-news: si impara a dubitare, a non essere creduloni, a capire che ogni storytelling può essere anche menzognero e falso.

Allo stesso modo gli spettatori di “Shutter island” di Martin Scorsese (2010) assistono, senza saperlo, a una messa in scena teatrale (filmica) delle ossessioni/illusioni del protagonista Leonardo di Caprio/Teedy Daniels (Andrew Laeddis: paziente n.67): lui non è chi crediamo sia e gli altri non sono chi crediamo siano, tutta la storia narrata non è la storia che crediamo di capire… qui la rimozione freudiana, la malattia psichica e la cura fallimentare permettono al regista inattendibile di creare una realtà alternativa, credibile, eppure totalmente ingannatrice. Calzanti, a questo punto, le parole del regista Brian De Palma: “In ogni forma d’arte crei nel pubblico l’illusione di guardare la realtà attraverso i tuoi occhi. La macchina da presa mente in continuazione, mente ventiquattro volte al secondo.”

Patrizia Celot