TURBOLENZA -LA PRECARIETÀ DELLA CONDIZIONE UMANA AD ALTA QUOTA

Con “aerofobia”, o, in termini ormai desueti, “aviofobia”, si intende la sorprendentemente – e ragionevolmente – diffusa paura del volare. Un’angoscia del tutto razionale, se si considera che, in fin dei conti, quando si vola lo si fa rinchiusi all’interno di un jet lanciato a velocità folle e sospeso a migliaia di chilometri da terra.

Ebbene, se si tralascia questo piccolo ma fondamentale particolare, il viaggiare assume i tratti di un’esperienza mistica, che rappresenta, per citare Maupassant, “una specie di porta attraverso la quale si esce dalla realtà, come per penetrare in una realtà inesplorata che sembra un sogno”.

Tuttavia, in Turbolenza di David Szalay, questo principio rimane vero sulla carta, ma non nella concretezza dei fatti, in cui finisce per perdere la sua dimensione onirica. La raccolta di racconti brevi dello scrittore ungherese che, in conclusione, si svela in realtà essere piuttosto un vero e proprio romanzo intrinsecamente circolare, costruisce un mosaico di storie che hanno come minimo comune denominatore le rotte aeree. All’interno del romanzo aviatorio il viaggio non è liberazione, quanto piuttosto continuo rimando al disagio e all’instabilità emotiva dei protagonisti di ciascun racconto. La Turbolenza citata in incipit e a titolo del volume è solo apparentemente riferita alla sensazione fisica di insicurezza che la donna del primo racconto sperimenta sulla propria pelle mentre è in viaggio: Szalay mette infatti a punto una raffinata ed accurata trasposizione metaforica di quelle che sono le precarietà umane rappresentandole come vuoti d’aria e scossoni; fenomeni che è in fin dei conti frequentemente possibile sperimentare in volo.

Il respiro dell’opera è molto più ampio e ambizioso di quanto la sua sintesi e il ridotto numero di pagine possano erroneamente far pensare: tratteggiare la transitorietà dell’esistenza, con tutte le sue incertezze e contraddizioni, è un compito estremamente arduo, specie se l’idea è quello di farlo con un continuo alternarsi delle voci narranti e delle situazioni. Eppure, Szalay ci riesce perfettamente: con rapide e incisive pennellate, dipinge un affresco corale e pluralista che rappresenta magistralmente l’instabilità della condizione umana. 

Elisa Zaffalon