THE IRISHMAN: «IT IS WHAT IT IS»

Nonostante sia ormai sulla bocca di tutti, al centro di numerose polemiche, di fronte all’ultimo film di Martin Scorsese è facile restare senza parole: «It is what it is».

The Irishman arriva dopo una lunga carriera a chiudere il cerchio della filmografia di Scorsese, ponendosi come film-manifesto e testamento artistico non solo dell’autore ma di un intero genere cinematografico, quello del gangster movie

«It is what it is»: le parole che Sheeran l’irlandese – Robert De Niro – pronuncia spesso, contengono in nuce l’essenza del film stesso. Con il suo stile scarno, anti-spettacolare e disincantatoThe Irishman non ha bisogno di colpi di scena o effetti speciali per colpire: la narrazione è ridotta all’osso, i tempi lenti e misurati, anche la violenza, cifra stilistica di molti dei film precedenti di Scorsese, perde la sua carica spettacolare e viene mostrata così com’è, in tutta la sua banale crudeltà

Tutto in The Irishman è soppesato ed equilibrato, dai tempi della narrazione all’interpretazione stessa degli attori. De Niro è quasi al limite della rigidità nell’interpretare il ruolo che gli è stato assegnato. Il personaggio di Russell Bufalino, interpretato da uno straordinario Joe Pesci, è l’emblema stesso della misura e dell’autocontrollo ed è proprio grazie a lui che la potente organizzazione criminale può stare in piedi. Un carattere come quello di Jimmy Hoffa – Al Pacino -, impulsivo e passionale, non può che stonare con la “sobrietà” ricercata da questi gangster e, per contrasto, spiccare ancora di più… Il mix funziona alla perfezione. I tre mostri sacri del cinema contemporaneo si riconfermano maestri indiscussi della recitazione e con le loro performance compensano anche i limiti della CGI (Computer Generated Imagery). Infatti il digital de-aging (ringiovanimento digitale) usato sui personaggi, per quanto funzionale ai continui salti temporali che costituiscono l’intreccio di The Irishman, non convince pienamente, soprattutto sul volto, a tratti artefatto, di De Niro. 

Ma questo è solo uno dei motivi per cui The Irishman è stato oggetto di polemica. A contribuire anche la grande attesa alimentata dalle dichiarazioni di Scorsese sull’Universo Cinematografico Marvel, per il regista solo «intrattenimento audiovisivo» ben diverso dal «vero cinema». Intrattenimento che, purtroppo, è ciò che ormai il pubblico ricerca maggiormente e forse l’unico in grado di riempire le sale. È anche per questo che un film “alla vecchia maniera” come The Irishman si è dovuto affidare a un innovatore come Netflix per poter essere realizzato e distribuito. Scorsese si è detto infinitamente grato a Netflix per questo, ma resta il rimpianto delle sale cinematografiche, ormai monopolizzate da film come quelli Marvel, «basati su ricerche di mercato, testati sugli spettatori, esaminati, modificati, riesaminati e di nuovo modificati finché non sono pronti per il consumo». 

È forse anche per questo che il suo The Irishman non ha convinto molti degli utenti Netflix, che lo hanno definito «lungo e noioso», interrompendo la visione a metà o spezzettandola in tanti mini-episodi. Quello che Scorsese chiede quando “implora” gli spettatori di non vedere The Irishman dal proprio smartphone, è di prendere una pausa e di correre il «rischio emotivo» di assistere a un film di tre e ore e mezzo non finalizzate a soddisfare bisogni; un rischio emotivo che, forse, il pubblico non è più disposto a correre. 

Valentina Giua