OSCAR 2019: IL TRIONFO DEL MAINSTREAM

Sono ben pochi gli eventi culturali in grado di generare un fervore e una partecipazione mediatici pari a quelli che accompagnano ogni anno la cerimonia di premiazione degli Oscar.

Sembra un’affermazione quasi idealistica, considerando il calo di ascolti delle ultime edizioni e l’oramai paradossale smania di rappresentazione alla quale l’Academy sembra fare sempre più affidamento. Nonostante le premesse tuttavia, complice il fascino senza tempo di uno star-system in continuo divenire, il senso di genuino entusiasmo che l’avvicinarsi della fatidica nottata porta con sé sembra essere rimasto anche quest’anno magicamente intatto.

È stata un’edizione degli Oscar, quella conclusasi la scorsa settimana, nata sotto il segno del dibattito e del disaccordo e, a premiazioni avvenute, possiamo tranquillamente affermare che il risultato finale ha tenuto fede alle aspettative che gli scorsi caotici mesi avevano creato. Il tentativo dell’Academy di aumentare la portata commerciale dell’evento attraverso l’inclusione tra i candidati di un gran numero di pellicole mainstream nella speranza di risollevare lo sharing, ha donato un sapore decisamente nazionalpopolare (in contrasto con quello più autoriale dello scorso anno) ad un’edizione per certi versi decisamente banale.

Il grande numero di statuette (prevalentemente tecniche) assegnate a film come Black Panther e Bohemian Rhapsody rappresenta, nel bene e nel male, la definitiva esplicitazione di questa nuova tendenza hollywoodiana: nel bene perché il riconoscimento del valore di un genere di cinema destinato alle grandi platee, come può essere quello supereroistico, è uno statement importante nei confronti delle schiere di critici pronti a storcere il naso di fronte ai numeri alti del box-office; nel male perché nessuno dei due film premiati presenta alcuna traccia della personalità e del carattere di cui il panorama cinematografico più strettamente commerciale necessita per potersi finalmente rivitalizzare (sebbene Black Panther sia, per quanto riguarda l’universo Marvel, un titolo decisamente superiore alla media).

È dunque spettato al grande film d’autore dell’anno il compito di risollevare le sorti della premiazione: la prevedibile ma meritata statuetta come Miglior Film Straniero assegnata all’ultima fatica di Alfonso Cuarón (Roma, a cui sono giustamente andati anche la Miglior Regia e la Miglior Fotografia) è andata a bilanciare la scelta poco ispirata di Green Book, film dal sentimento genuino ma decisamente non memorabile, come Miglior Film. Sono stati tuttavia quelli “al femminile” i momenti topici della serata. L’incredibile performance di Lady Gaga, in duetto con Bradley Cooper, del singolo Shallow dal film A Star Is Born (a cui è andato il premio come Miglior Canzone Originale) ha ricevuto una meritata standing ovation, mentre la vittoria come Miglior Attrice Protagonista dell’inglese Olivia Colman, che ha accettato il riconoscimento con un discorso emozionato ed emozionante, per la sua indimenticabile Regina Anna di Inghilterra ne La Favorita (un ruolo destinato, secondo chi scrive, ad essere incorniciato tra le grandi interpretazioni di questo decennio di cinema), ha spiazzato chi dava per scontato il trionfo a lungo atteso di Glenn Close.

È sempre difficile mantenere un giudizio obiettivo quando si parla di eventi di simile portata, soprattutto in situazioni così ambivalenti e discusse come quest’ultima edizione degli Oscar: se da una parte pare evidente il tentativo dell’Academy di fare ricorso a dinamiche più vicine all’ambito socio-economico che a quello artistico, bisogna comunque considerare che delineare un approccio che sappia coniugare le esigenze di rappresentazione socioculturale, congrue ad un evento globale come questo, con le intenzioni di riconoscimento artistico rimane, con grande delusione dei più appassionati, un compito pressoché irrealizzabile. Occorre più che mai, in questi casi, farsi forti della propria opinione e mantenere viva la speranza che il Cinema con la c maiuscola possa comunque, al di là di box office e grandi eventi, trovare il pubblico (e i riconoscimenti) che merita. Fino ad allora, restiamo in attesa.

Alla prossima notte degli Oscar!

Giacomo Placucci

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