And the Oscar goes to…

La notte degli Oscar 2019 si avvicina. Mentre preparo la caraffa di caffè per rimanere sveglia a godermi i vestiti del red carpet e uno show che quest’anno andrà in auto-gestione – nessun presentatore ufficiale e diverse voci che darebbero gli Avengers come padroni dell’Academy quest’anno – sarebbe meglio ripassare quali sono le otto pellicole in gara che si contendono l’ambita statuetta a miglior film. Falsi annunci di Warren Beatty permettendo – ogni riferimento a fatti o a Damien Chazelle è puramente casuale…

Black Panther

Ha fatto molto discutere la presenza tra le “pellicole d’oro” di Black Panther, uno degli ultimi prodotti di casa Disney-Marvel. Diretto da Ryan Coogler, il film rientra nel fortunatissimo ciclo del Marvel Cinematic Universe e introduce il personaggio della Pantera Nera, aka il principe del Wakanda T’Challa, salito al trono dopo la morte del padre. Okay, io parlo da super fan dei super eroi – bel gioco di parole – ma secondo me la candidatura è giustificata. Si tratta di un film ovviamente figlio della cultura pop che ne ha decretato un enorme successo al botteghino, ma questo non deve essere necessariamente un punto a sfavore. La storia di Black Panther è forte, ben costruita, con un cast che funziona e con dei personaggi completi, complessi e chiaroscurali: ah, non dimentichiamoci poi della colonna sonora curata da Kendrick Lamar.
Nomination meritata, per un film figlio del suo tempo, che riesce a non scadere nel commerciale, senza smettere di essere un prodotto di massa.

BlacKkKlansman

Ritorno con il botto di Spike Lee che ci regala un film divertente, cinico e dissacrante della cultura statunitense. Rifacendosi al libro autobiografico di Ron Stallworth, la pellicola racconta la storia vera di questo poliziotto afro-americano che negli anni ’70 riuscì ad infiltrarsi nel Ku Klux Klan. Sembra già una caricatura macchiettistica vero? Ed è proprio su questo che Lee gioca: il tema attuale delle minoranze e della “pulizia etnica” viene mescolato nel paradosso e colorato con le immagini e le battaglie degli anni ’70. La forza del film sta nel riuscire a smascherare questioni tutte contemporanee come l’odio, l’intolleranza e l’appartenenza a minoranze etniche con riuscite sferzate tra l’umorismo e la disillusione.
Candidatura azzeccatissima, per il più eccentrico e magistrale tra i cineasti in circolazione. 

Bohemian Rhapsody

Davvero serve un refresh su questa pellicola? La storia della nascita dei Queen e della consacrazione a mito di Freddie Mercury ha dominato gli ultimi mesi del 2018, diventando il biopic musicale di maggior successo nella storia del cinema. Bohemian Rhapsody rinasce dalle ceneri di una regia quanto mai travagliata – hanno fatto discutere gli allontanamenti di Bryan Singer e i suoi alterchi con la produzione e l’attore Rami Malek – e conquista il pubblico raccontando per immagini e canzoni uno dei gruppi che hanno costruito l’identità e la forza di un’intera generazione. Il film sembra costruito come tessuto connettivo della discografia dei Queen, forse la vera potenza della pellicola, in unione ovviamente alla strabiliante interpretazione di Rami Malek – in corsa come miglior attore protagonista: spero tagli il traguardo.
Escluderlo dalla categoria miglior film sarebbe stato sicuramente un affronto alla storia – cinematografica, musicale e biografica – ma basterà per raggiungere la vetta più alta del podio?

La favorita

Parlare de La favorita comporta due premesse. La prima: secondo me Yorgos Lanthimos è un genio del nostro tempo. La seconda: quanto sono grottescamente belli gli intrighi di corte? L’ultima pellicola del regista greco si sofferma infatti sulla vita e i capricci che prendono vita nella corte inglese nel ‘700, ruotando intorno a personaggi femminili mai così sapientemente e alacremente disegnati. Centro nevralgico sono le isterie della regina Anna, maliziosa bambina mai cresciuta che ormai rifugge il popolo e si crogiola nella sua prigione dorata. Attorno a lei, satelliti attratti dalle lusinghe di una vita agiata, le due ladies, Sarah e Abigail che sanno maneggiare la sovrana a loro piacimento, piegando la situazione a loro vantaggio con un’astuzia che mai come adesso è donna.
Un film di non facile lettura e comprensione, ma che è degno discendente della prosa lungimirante di Jonathan Swift. Capolavoro.

Green Book

Peter Farrelly racconta la storia dolce-amara di un’amicizia che nasce e si rafforza lungo le tappe di un road movie che attraversa l’America, stato per stato, pregiudizio per pregiudizio. Tony Lip – un Viggo Mortensen che dimostra la sua maestria nel ruolo tutto macchiettistico dell’italoamericano – accetta di fare d’autista al musicista Don Shirley in un tour che lo porterà a esibirsi negli stati del Sud America, che della segregazione razziale avevano fatto la propria costituzione. La rozzezza di Tony si amalgama all’arte raffinata del musicista e insieme i due uomini matureranno le proprie coscienze e sfideranno le consuetudini di una realtà pesante da accettare.
Scontata forse la metafora del viaggio che fa da sfondo alla maturazione dei protagonisti, ma sicuramente lo è di meno l’affondo sul bisogno umano di riconoscersi in un’identità che venga accettata dagli altri e da noi stessi.

Roma

Alfonso Cuarón, prendendo lo slancio dal successo alla Mostra del Cinema di Venezia, tenta di fare sua la statuetta a miglior film, scrivendo e dirigendo una pellicola che viene colorata unicamente dalla bellezza e la dolcezza di un racconto nostalgico. In Roma Cuarón dipinge tutto il suo amore per il Messico, in quello che la critica ha definito il suo testamento cinematografico: la tacita e solerte domestica Cleo diventa icona di un paese a cui il regista dimostra tutta la sua devozione, pur rappresentandolo tra le sue luci e le sue orme.
La statuetta a cui la pellicola ambisce va giustificata come il tentativo di difendere la delicatezza di un fiore nato tra le sfumature di una storia contraddittoria, personale e vera. Protezione di un cinema che è ancora capace di incantare, senza nascondere le brutture, ma lasciando germogliare la dolcezza.

A Star Is Born

Bradley Cooper – che ha preso il posto di Leonardo Di Caprio nel movimento #givethismananOscar – diventa regista di questo ormai popolarissimo remake del film È nata una stella. Spostandosi dal mondo del cinema a quello della musica, l’attore e regista si affida a una delle interpreti più eclettiche che abbiamo oggi: Lady Gaga diventa la timida Ally, cameriera con una voce che graffia i cuori di chi la ascolta ma che ha paura che gli altri non capiscano cosa abbia da dire. A Star Is Born è il racconto di due amori: quello tra Ally e il cantante pieno di demoni Jackson Maine; quello verso una musica che catturi e che abbia qualcosa da dire.
Sicuramente un film che incanta lo spettatore, se non altro per la superba colonna sonora e i testi di canzoni che racchiudono tutta la forza della pellicola. Il finale dimostra che per permettere che una stella brilli, quelle intorno a lei devono spegnersi: solo allora la luce rifulgerà.
Un film che va ascoltato, che è giusto venga acclamato, ma forse non è ancora pronto per la statuetta.

Vice – L’uomo nell’ombra

Christian Bale ci dimostra che, quando si pensano esaurite le trasformazioni, c’è sempre tempo per un’ultima impensabile metamorfosi. Nel film di Adam McKay l’attore veste i panni di Dick Cheney, l’uomo che ha diretto da dietro le quinte la politica americana come vice presidente del governo Bush. Una biografia politica senza infamia e senza lode, dissacrante nel dare giustificazioni alla fame di potere di un uomo, di una famiglia – da citare l’abilità di Amy Adams nell’interpretare la moglie Lynne, unica a tenere il passo di Cheney: mutamenti politici, colpi di stato, prese di posizioni e decisioni militari si susseguono in un vortice fatto di sagacia, astuzia e brillante umorismo. Uno dei capitoli più controversi e nascosti della politica statunitense emerge dall’ombra in cui l’uomo che ne scriveva i paragrafi si è sempre mosso.
La pellicola rischia di passare in sordina, come le dinamiche raccontate, ma con la statuetta potrebbe rompere il velo invisibile che ci separa, come Cheney nella scena finale. 

Federica Cirone

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