Mowgli e Il libro della giungla: due facce della stessa fiaba

Che i racconti di Rudyard Kipling siano guardati con un occhio d’interesse dal mondo del cinema non è una moda recente, dato che tra live-action e cartoni animati dalla prima trasposizione, che risale al 1937, si sono raggiunti i quattordici adattamenti, tra cui il celebre Classico Disney del 1967. E non si sono nemmeno tenute in conto le sette rivisitazioni fatte a serie tv e i cinque cortometraggi, perché altrimenti si toccherebbe quota ventisei. Però è altrettanto vero che l’attenzione dedicata da Hollywood recentemente sembrerebbe indicare che le major hanno ritrovato una preziosa gallina dalle uova dorate.

Già, perché se non basta, a dimostrazione di quanto detto, il fatto che due colossi del cinema americano come Disney e Warner – tre se si considera che Netflix ha distribuito quello del secondo – si siano interessati e impegnati a produrne un ulteriore adattamento ciascuno tra il 2016 e il 2018, si tenga in conto il fatto che il primo ha incassato 966 milioni di dollari al box-office, aggiudicandosi l’approvazione per un sequel.  Per il secondo, stabilirne il successo è un po’ più complicato, dato che Netflix esce dalle logiche degli incassi cinematografici, avvicinandosi in un certo senso a quelle della pay TV, ma si può dire che ha sicuramente attirato grande attenzione mediatica.

Sintomatica di questo interesse è anche la scelta, che accomuna questi ultimi due adattamenti, d’ingaggiare pezzi da novanta per la regia e in materia di doppiaggio. Se Il libro della giungla ha visto alla regia un ottimo Jon Favreau, confermato anche per il sequel e per il live-action de Il re leone, dal canto suo la Warner ha puntato tutto di Andy Sekris, alla sua sola seconda esperienza da regista, sì, ma che di certo vanta un curriculum d’oro in quanto a motion capture.

E se la Diseny ha scommesso su nomi come Scarlett Johansson, Ben Kingsley e Idris Elba, Mowgli non ha voluto esser da meno chiamando in causa Christian Bale, Cate Blanchett e Benedict Cumberbatch, quest’ultimo proprio colui con cui Andy Serkis ha collaborato in qualità di consulente per la motion caputre per il Lo Hobbit di Peter Jackson, sempre targato Warner.

A questo punto, viene comunque da chiedersi se ci sia una significativa differenza tra i due film, che vada oltre ai semplici nomi. E in effetti la risposta tende a pendere più verso il no che verso il sì. Perché se è vero che Mowgli mette in scena una rappresentazione più oscura e disincantata della giungla, con sangue e morte, violenza e perfidia, rispetto al film di Favreau, che prima ancora di essere un adattamento dei racconti di Kipling vuole essere una trasposizione live-action del classico Disney per bambini, è altrettanto vero che pure quest’ultimo fa un salto in questa direzione, seppur meno marcato.

In Mowgli Baloo è un vecchio orso con un principio di calvizie e il volto un po’ logoro, in cui riecheggia l’espressione sofferente del Koba di Apes Revolution di Matt Reeves – in cui Andy Serkis interpretava Cesare. In Mowgli non ci sono canzoni, né tantomeno vi è pietà per i cuccioli o lealtà eroica verso il branco. Ma non c’è nemmeno un vero salto verso un film completamente avulso dalla dimensione fiabesca, che sembra sempre e comunque limitato dalla storia di base da cui si ispira. Una storia che si accosta molto di più alla sceneggiatura della Warner, e da cui quest’ultima forse non si discosta abbastanza.

Matteo Loffredo