La brandizzazione provinciale di Rai Uno

Il passaggio alla tv digitale, avvenuto definitivamente il 4 luglio 2012 ha sancito, oltre la fine della tv analogica, la più grande rivoluzione nel mercato televisivo italiano dall’approdo della pay TV satellitare Sky (avvenuto il 31 luglio di nove anni prima).

Infatti, se il convergere di Tele+ e Stream TV in Sky Italia ha permesso la rottura di quello che era, a lato pratico, un duopolio incontrastato, seppur non direttamente concorrente, il passaggio al digitale terrestre ha creato un numero considerevole di opportunità per la televisione free-to-air, ma anche qualche rischio per i broadcaster già affermati. Tra questi senz’altro la dispersione del pubblico più giovane. Ma quale è stata la risposta del canale storico della Rai?

Il DTT, come si diceva, ha portato un miglioramento della qualità tecnica delle trasmissioni audio e video (HD, 4k, 3D), ha reso possibile l’accesso a internet dal televisore e al contempo l’accesso mobile al medium. Infine, l’aumento di canali trasmissibili a parità di frequenze radioelettriche, oltre alla riduzione dei costi di trasmissione, ha portato un proliferare di canali, permettendo così a nuovi attori di entrare in gioco nel mercato televisivo italiano.

Seppur il duopolio della tv generalista Rai-Mediaset, nel mercato della tv free-to-air, sia rimasto saldamente incisivo, è innegabile che la presenza di innumerevoli nuovi canali in chiaro obbliga sempre di più a una brandizzazione dei canali, perché questi possano rimanere un punto di riferimento nella mente del pubblico.
Mentre prima, infatti, la scelta si limitava per lo più allo zapping tra i primi nove tasti del telecomando, ora, grazie a canali come Real Time, Cielo o DMAX, si assiste sempre più a una frammentazione dell’audience, spesso quella più giovane, a scapito della tv generalista, che rispetto ai canali neonati fatica maggiormente a crearsi un’identità specifica.

È da dire, però, che il servizio pubblico, tra i due, è stato quello che è riuscito maggiormente ad adattarsi a questa nuova situazione, come lo dimostra la nascita di canali brandizzati come Rai Movie, Rai Yoyo, Rai Storia e tanti altri. Il problema reale è, però, quello dei canali storici della rete, che vedono ogni anno che passa un calo dell’attenzione, accentuato senza dubbio anche dall’avvento dei servizi OTT (Over The Top) come Netflix.

Questo ultimo periodo è coinciso, per Rai Uno in particolare, con un momento di forte investimento nella fiction nostrana ambientata in piccole realtà territoriali, caratteristiche della nostra cultura. All’amatissimo Commissario Montalbano e al radicato Don Matteo, rispettivamente ambientati a Vigata – paesino siciliano frutto dell’immaginazione di Andrea Camilleri – e a Spoleto, si sono aggiunti un numero considerevole di titoli particolarmente apprezzati da una fascia di audience in là con gli anni. Sempre con Terence Hill come protagonista, infatti, è stata prodotta “Un passo dal cielo”, fiction ambientata a San Candido, in Trentino-Alto Adige. A cui si sommano il Rocco Schiavone di Marco Giallini – poliziotto romano trasferito alla questura Aosta – e la fiction “Che Dio ci aiuti”, ambientata prima a Modena e poi a Fabriano. E poi ancora “Non dirlo al mio capo”, la cui prima stagione del 2016 era stata settata a Santa Marinella, in provincia di Roma e “Braccialetti Rossi” girato quasi interamente a Fasano.

Insomma, di fronte alla crescente fuga dell’audience più giovane dalla tv tradizionale, la ricetta di Rai Uno sembra essere stata quella di arroccarsi come un borgo nell’Italia provinciale, che piace tanto in provincia quanto in città sia chiaro, ma che è simbolo di un’Italia sempre più anziana.

Matteo Loffredo