TUTTI DOVREMMO ESSERE JUST CHARLIE

Charlie è un ragazzino inglese di 14 anni, campione di football amato molto dai genitori e dalla sorella maggiore. Riceve una proposta per giocare in una squadra molto nota ma non riesce ad accettarla, c’è qualcosa che rende la scelta piuttosto difficile.

La regista inglese Rebekah Fortune arriva sul grande schermo nel 2017 per la seconda volta dopo Deadly Intent. In questo caso, con la sceneggiatura di Peter Machen, racconta la storia del giovane Charlie affetto da disforia di genere ovvero l’incapacità di riconoscersi nel proprio sesso biologico. È un racconto estremamente intimo e genuino di un percorso di accettazione da parte di se stessi, dei propri cari e della società.

Charlie fin da quando era piccolo si vestiva da bambina rubando i vestiti alla sorella maggiore, e questo comportamento è sempre stato considerato erroneamente dai genitori come un innocuo gioco infantile. Una volta cresciuto, con l’inizio dell’adolescenza, egli si rende conto che questo desiderio non è mutato e che seguire le regole impostegli dalla sua famiglia lo fa soffrire e sentire inadatto. La storia non inizia con un incidente scatenante, Charlie non è vittima di un evento particolare che lo porta a comprendere se stesso. Ha sempre saputo di essere diverso ma non ha mai avuto il coraggio di dire alla sua famiglia come si sentiva: Just Charlie.

La regista è stata capace di trattare un tema così attuale e così difficile in un modo molto semplice, realistico e dolce analizzando profondamente la psicologia dei personaggi senza espedienti cinematografici. Lo spettatore segue il percorso interiore di Charlie e vive le sue stesse emozioni di fronte alle difficoltà che dovrà affrontare. È difficile trasmettere l’esperienza di transizione di sesso al cinema e la Fortune ne è consapevole. Per questo motivo si concentra su una tipica famiglia, in una tipica città, nella società contemporanea. È chiaro il desiderio di voler analizzare il contesto di oggi nel modo più semplice possibile. La madre di Charlie rappresenta quelle persone che conoscono e comprendono il senso di genere in tutte le sue sfaccettature, il padre invece è la personificazione dell’omofobia: non solo non accetta il volere dell’adolescente, ma rifiuta di parlargli rendendo impossibile una futura comprensione del tema.

Il film cerca di educare ed informare il pubblico raccontando una storia che come tante altre simili e reali ha bisogno di essere conosciuta ed è nostro dovere ascoltarla. Così come Charlie, infatti, nell’agosto del 2018 un bambino americano di 9 anni si è suicidato a causa del bullismo di cui era vittima a scuola. Il piccolo aveva deciso da poco di comunicare ai suoi compagni di classe di essere gay, grazie anche al supporto della madre. I ripetuti atti di bullismo e gli insulti ricevuti ogni giorno lo hanno portato a decidere di togliersi la vita.

In una società moderna come la nostra non dovrebbero esistere ancora casi come questo, l’educazione alla sessualità deve essere trasmessa nelle scuole fin da subito ed in modo chiaro. È infatti sempre e solo l’ignoranza a portare ad eventi simili ed è compito di tutti di trasmettere un messaggio di accettazione verso il diverso. Ricordiamo a questo proposito l’incredibile svolta che è arrivata da National Geographic con la copertina di gennaio 2017: Gender Revolution. Per la prima volta è stato sdoganato completamente il tema del transgender facendo riferimento proprio ai bambini e agli adolescenti. 

Beatrice Corona

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